Degenerazioni - Memorie di un assassino

DeGenerazione – memorie di un assassino: I° Capitolo – Ore 17: il treno n. 2544

DeGenerazione – memorie di un assassino
di
Marco Fosca ed Emilio Mantova

 

 I

Ore 17: il treno n. 2544

L’arrivo del treno non era previsto prima delle 17:00, ma ero arrivato largamente in anticipo perché volevo avere il tempo di studiare la topografia del luogo per assicurarmi che l’uomo non potesse sfuggirmi. La stazione aveva già cominciato a riempirsi della folla di gente ansiosa di tornare a casa dal lavoro. Tanta era la ressa che ero costretto a sgomitare per trovare la mia strada tra la massa umana. Feci un giro dei binari numerati alla ricerca di scale nascoste, uscite non segnalate, recessi bui e quant’altro poteva offrirsi come possibile via di fuga. Tra i tanti manifesti pubblicitari sparsi qua e là, spiccava una gigantografia raffigurante dei divi del cinema americano. Troppo perfetti per essere di questa terra. Non erano reali pensai, quando un barbone ci si appoggiò sopra mettendo in scena la sua versione della morte del cigno. Molto probabilmente stava smaltendo la sbornia della sera prima, ma non poteva essere semplicemente un caso che lo facesse proprio su quel manifesto. Ci lanciava un messaggio pensai. La sua pazza e maldestra danza racchiudeva una sorta di messaggio in codice, voleva regalarci forse la sua visione della realtà ricordandoci con quelle movenze corporee sconclusionate quanto ancora siamo distanti dai giardini dell’Eden.

Qualcuno all’improvviso mi toccò la spalla. Quando mi voltai avevo di fronte un piccolo uomo silenzioso che mi porgeva un foglietto plastificato raffigurante uno dei tanti santi che riempiono i giorni del nostro cristiano calendario. All’altro lato dell’icona del Santo c’era scritto: “Fate un’offerta a un sordomuto. Quello che vi sentite di dare mi sarà di enorme aiuto e il Signore ve ne sarà eternamente riconoscente. Grazie.”

Mi frugai nelle tasche e gli diedi qualche spicciolo. Il sordomuto annuì una volta, molto brevemente, e mi diede il santino. Un attimo dopo presi quello che era per me soltanto un pezzo di carta plastificata e lo strappai in mille pezzi davanti ai suoi occhi. Lui mi ricambiò con un accenno di sorriso e poi all’improvviso fece cadere le monete che gli avevo dato proprio sopra l’icona del santino che avevo ridotto a brandelli. Poi, scrollandosi il gesto di sfida di dosso sussultando le sue esili spalle, girò i tacchi e sparì tra la folla.

Erano passate le 16:00 nel frattempo. Decisi che sarebbe stato meglio trasferirsi nella sala d’aspetto in modo da non dare nell’occhio. Le sale d’aspetto del mondo sono tutte maledettamente uguali… impregnate di quell’atmosfera deprimente, piene di sporcizia, di poveri vecchi diavoli che non sanno dove andare e di uomini e donne con valige, libri e riviste per ingannare l’attesa o per ingannare se stessi. Una volta ho letto da qualche parte che i peggiori crimini vengono progettati proprio nelle sale d’aspetto delle stazioni. L’unico posto libero era quello tra un uomo con un vestito marrone e una cicciona. L’uomo stava sfogliando il “Corriere della sera”. Allungai il collo e buttai l’occhio sulle pagine del giornale: “AGENTE DI POLIZIA UCCISO DA TERRORISTI.

I terroristi hanno aperto la preannunciata campagna, che ha come obiettivo il sistema carcerario. La vittima è un sottufficiale di trentotto anni, già oggetto di continue minacce. Ieri mattina alle 07:00 un commando di quattro terroristi lo ha giustiziato in un agguato teso a poca distanza dalla sua abitazione. Dai risultati delle prime indagini non sembra vi siano elementi tali da poter già impostare un piano di lavoro. Polizia e carabinieri stanno raccogliendo i pochi indizi lasciati dai terroristi, sui quali verrà sviluppata l’inchiesta. Per ora le scarsissime deposizioni dei testimoni oculari hanno permesso di ricostruire in questa maniera l’attentato: verso le 07:00 Carlo Alberi, dopo aver salutato la moglie incinta di otto mesi, è uscito dalla propria abitazione, in via Gioberti, per andare in macchina fino al carcere di Regina Celi dove presta abitualmente servizio. L’auto del sottufficiale ha percorso circa 150 metri, poi all’angolo con via Settembrini, è stata sorpassata, bloccata, e leggermente urtata da una Fiat 500 con a bordo un uomo e una donna. Contemporaneamente sono entrati in azione altri due terroristi, che a piedi si sono avvicinati uno sul lato destro e l’altro sul lato sinistro della macchina del sottufficiale il quale, intuendo cosa stava per accadere, ha cercato di salvarsi cambiando di posto e scendendo a precipizio dalla portiera opposta. Ma appena messo piede a terra si è trovato sotto il tiro incrociato di proiettili, che lo hanno centrato al capo e al torace fulminandolo all’istante. Terminata l’azione, il commando si è allontanato a bordo di motociclette coprendosi la fuga con un candelotto fumogeno. La rivendicazione è giunta per telefono all’emittente privata di radio Liberal. Una voce femminile ha detto: – oggi alle 07:00 un nucleo di compagni ha giustiziato il boia Alberi. Abbiamo usato una calibro 38 special ed una calibro 9 parabellum. – L’assassinio del sottufficiale certo non è servito ad attenuare lo stato di tensione che da mesi regna all’interno delle carceri italiane.

Il tizio improvvisamente girò la pagina:

Rapito dalle Brigate Combattenti Oscar Simonelli, fratello minore di Franco, l’ex brigatista appartenente all’organizzazione terroristica omonima, ora collaboratore di giustizia. Il sequestro è stato rivendicato con tre telefonate a tre redazioni delle maggiori testate nazionali. I terroristi non hanno lasciato traccia. Ci si chiedeva in che modo l’organizzazione avrebbe potuto debellare il fenomeno più devastante della loro storia: il rapimento. Ora lo sappiamo. Il rapimento di Oscar, fratello venticinquenne di Franco Simonelli, è un agghiacciante monito. È strano che nessuno avesse pensato che le vittime designate avrebbero potuto essere i familiari più vicini. Eppure Oscar Simonelli era del tutto indifeso. È sparito tra le 18:30 e le 19:00 di ieri, nei pochi chilometri che separano il negozio, dove lavorava come elettricista, e il bar Vittoria dove aveva appuntamento con un cliente. Un cliente? Probabilmente no! I suoi colleghi l’hanno sentito pronunciare al telefono le sue ultime parole: – Forse è colpa della spina, provi a muovere. -Poi: – Va bene vengo da lei. – Ed è sparito tra le villette e gli alberi dove in questi giorni si pensa solo ai mesi grassi di luglio e agosto. La prima rivendicazione dei terroristi in mattinata, la seconda e la terza, verso le 17:00 di oggi, alla nostra redazione. – Abbiamo rapito il fratello di Franco Simonelli – diceva il messaggio – l’abbiamo rinchiuso in una prigione del popolo. – Nessuna pista, allo stato, nonostante i numerosi interrogatori. Nessun testimone. Le forze dell’ordine ritengono che i rapitori possono essere sia nei paraggi che lontani centinaia di chilometri; dicono gli inquirenti che le ricerche sono iniziate molto dopo l’ora presumibile del sequestro. È il quarto rapimento in poco tempo e il fatto suscita sgomento tra la popolazione. Si teme soprattutto, che la feroce rappresaglia ai danni di Franco Simonelli getti lo sgomento tra gli altri pentiti dell’organizzazione e fra quanti meditano di abbandonare la lotta armata. L’organizzazione, attraverso più comunicati, ne aveva preannunciato l’uccisione, ma questo era da mettere comunque in conto perché un pentito è sempre pericoloso. Lo sapevano le forze dell’ordine che lo guardano a vista in prigione. La ritorsione sui familiari, invece, è una drammatica novità. Oscar Simonelli è ritenuto un ragazzo a posto, su cui le vicende del fratello hanno agito in maniera negativa. – Non abbiamo paura, non siamo in pena per lui; sappiamo che lo Stato saprà tutelarlo, – aveva dichiarato a gennaio in un giornale locale Oscar Simonelli. Approvava la scelta del fratello e credeva che fosse quella la strada per distruggere l’organizzazione terroristica. – Lo stato, – diceva – deve solo tendere una mano e i risultati verranno. Se mio fratello potesse uscire di prigione, se si decretasse la non punibilità per tutti quelli che vogliono uscire dall’organizzazione, molti altri probabilmente seguirebbero la stessa strada. Aiutarli non sarebbe un atto di debolezza. Se molti altri rinunciassero a compiere le loro cosiddette azioni terroristiche e si reinserissero nella società civile, non ci sarebbero più simboli da colpire.”

Evidentemente spazientito dal mio atteggiamento, l’uomo col giornale si voltò verso di me rivolgendomi quello sguardo che, più eloquente di mille parole, voleva dire che se volevo leggerlo avrei fatto bene a comprarlo. La cicciona invece, mentre masticava una gomma con le movenze della mandibola simili a quelle di una vacca che rumina l’erba dei pascoli, leggeva un tascabile dalla copertina appariscente. Io diffido sempre dei libri con le copertine appariscenti; sono una sorta di specchietto per le allodole.

Ore 17:00 il treno numero 2544 era perfettamente puntuale.

I vagoni erano affollati, e quando i passeggeri cominciarono a sciamare in direzione dell’uscita, subito si formò una ressa. Mi misi in punta di piedi per scrutare meglio nella calca. Fui subito inghiottito dalla folla: uomini e donne, vecchi e bambini, gente grassa e gente magra, ricchi e poveri, insomma tutto il rutilante repertorio umano al completo. Cercavo di osservare uno per uno, concentrandomi nella ricerca del volto dell’uomo che aspettavo. All’improvviso, verso la metà del flusso dei passeggeri, apparve una figura alta e magra, leggermente ricurva e distintamente vestita.

Era lui, l’ingegnere!

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