Il Velo di Maya

“DOMANI MATTINA!”

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi, come lui stesso ha dichiarato, ha imparato a scrivere nel lager. Ha avuto una produzione letteraria non molto estesa ma dai contenuti estremamente significativi: saggi, poesie, memorie, romanzi, lettere, articoli divulgativi e testi scientifici. Tutti i suoi lavori sono legati da un unico filo conduttore: l’esperienza del lager nazista. Una parentesi tutto sommato breve, 11 mesi: una vita, per lui e per i tanti che sono stati salvati.

La sua figura incuriosisce anche i lettori meno attenti; figlio di quella Torino che si iscrisse di malavoglia al partito fascista, aderì al Partito d’Azione dopo la promulgazione delle leggi razziali. Fu partigiano e poi internato ad Auschwitz. La sua preparazione fu influenzata dal clima di razzismo che caratterizzò l’Italia immediatamente prima della Seconda Guerra Mondiale. Frequentò il Liceo classico, il Massimo D’Azeglio, e poi conseguì la laurea in chimica.  Ebreo non praticante, ateo, pensiero confermato dopo l’esperienza del campo di concentramento. Minuto, esile, quasi indifeso, è riuscito ad essere testimone narrante della tragedia del secolo breve.

Nei suoi scritti sull’universo “concentrazionista” descrive in maniera approfondita le dinamiche sociologiche delle comunità umane spogliate dei filtri etici, private degli argini morali, analizza modi di dire e di fare che ha dovuto adottare forzatamente per sopravvivere. Impressiona la testimonianza del concetto usato in lager per indicare il mai: domani mattina.

 “Qui è cosí. Sapete come si dice «mai» nel gergo del campo? «Morgen früh», domani mattina.”

Il domani che è un orizzonte temporale breve, quasi certo, visibile e programmabile, nel lager rappresenta l’impossibile. La notte uno scoglio insuperabile, un tormento a cui si scampa per miracolo. Per indicare l’impossibilità di fare qualcosa a chi entrava nel lager si diceva: “Quando un pezzo di pane in più? Domani mattina!”, “Quando finirà questa follia? Domani mattina!”. 

La descrizione di una notte nelle baracche del lager rappresenta bene il tormento che quei disgraziati dovevano patire tutti i giorni.

“All’ora della sveglia, che varia da stagione a stagione ma cade sempre assai prima dell’alba, suona a lungo la campanella del campo, e allora in ogni baracca la guardia di notte smonta: accende le luci, si alza, si stira, e pronunzia la condanna di ogni giorno: – Aufstehen, – o piú spesso, in polacco: – Wstawaç.”

“Se questo è un uomo” è una di quelle letture che sconvolge e interroga il lettore, pone delle domande a cui non si sa rispondere. Romanzo non lungo che lascia il segno, è utilizzato dalla fine degli Anni Settanta come testo di narrativa nelle scuole medie per alimentare il dibattito e la coscienza dei giovani sui temi dell’Olocausto.

Carlo Marsc

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