IL RACCONTO DELLA DOMENICA

ESTER

di Anna Maria Scampone:

ESTER: «Mi ha picchiata. Prima mi ha rincorso per tutta casa e poi mi ha picchiata. Me ne ha date tante e con tale violenza che sono svenuta. Guardo il mio viso tumefatto riflesso nello specchio e mi chiedo perché. Perché non lo fermo, perché resto con lui, perché lo perdono ogni volta.

Ha cominciato tanto tempo fa. Eravamo fidanzati da poco. Mi colpì con uno schiaffo, un manrovescio che mi segnò il viso e l’anima. Mi chiese subito scusa, pianse e poi fu tenero e premuroso. Coprii i segni con una mano più densa di fondotinta e relegai l’episodio in una zona remota del mio cervello.»

LUI: «Ester è di là che piange. La sento singhiozzare. Mi urta. In fondo cosa le ho fatto? Le avevo detto o no di non uscire con quella sua amica? Le avevo raccomandato o no di non indossare più quel vestito rosso?

È che lei è testarda, non mi dà mai retta e non ubbidisce. Mi monta una rabbia tale quando fa così. Fa la vittima, ma sa benissimo che è lei stessa a istigarmi. Mi provoca continuamente. Lo fa apposta.

Io amo Ester. La amo profondamente, con tutto me stesso. Lei lo sa.

Sa che la mia gelosia è la prova che io l’amo sopra ogni cosa. Ma lei deve smetterla di punzecchiarmi con i suoi atteggiamenti frivoli e superficiali.

ESTER: «Lui è in cucina. Borbotta. Ho paura della sua voce irata. Non gli è passata, stavolta non gli è passata. Di solito si acquieta e, dopo avermi picchiata, se ne va sbattendo la porta di casa. Quando torna è come se non fosse accaduto nulla. Lui è di nuovo l’uomo tranquillo e sorridente che tutti conoscono e io sono la moglie fortunata di un marito premuroso e innamorato.

Godo della reputazione di donna di casa ideale. Mi invidiano tutte. Beata te che stai in casa, mi dicono, beata te che hai questo marito sempre così presente! Se solo sapessero quanto la sua presenza mi terrorizzi non perderebbero un altro secondo a tessere le lodi di un menage così eccezionale.»

LUI: «Ancora piange la stronza. Non l’ho nemmeno toccata, giusto uno o due schiaffi. Va bene, va bene… mi è scappato qualche pugno, ma ero davvero arrabbiato. Vederla indossare quel vestito rosso, così scollato e corto, mi ha annebbiato la vista. Lei è mia, solo e unicamente mia. Mi appartiene. Gliel’ho strappato di dosso quel vestito e poi me la sono fatta, lì sul tavolo della cucina. Niente coccole e carezze come piace a lei. Solo sesso rude e selvaggio per farle capire chi comanda.»

ESTER: «Se almeno andasse via, se uscisse lasciandomi sola con il mio dolore. Potrei tuffarmi sotto il getto dell’acqua calda per riscaldare l’anima dolorante e lavare via l’umiliazione. Per quanto il mio corpo sia pieno di graffi, lividi e contusioni non sono le percosse a farmi male. Alle botte ci ho fatto il callo. È la sua malvagità a farmi paura, il suo godere del male che mi fa. Lo odio.»

LUI: «Non ci sono birre nel frigorifero. Brutta stronza, già immagino cosa mi dirà. Inventerà mille scuse, piagnucolerà che ha tanto da fare, dirà che ha dimenticato di acquistarle. È brava in questo la sgualdrinella. Ah, ma adesso ci penso io. Le do una lezione che se la ricorda per sempre.»

ESTER: «No, non è vero che lo odio. Odio me stessa per non essere la buona moglie che lui vorrebbe che io fossi. Odio me stessa perché non so tenere la lingua a posto. Odio me stessa per l’incapacità di reagire, di dire no. No è una parola semplice, ma non sono capace di pronunciarla. È come se la mia mente fosse bloccata e la mia bocca non sapesse emetterne il suono. Forse è vero che merito quello che mi capita. Lui me lo ripete ogni volta. Mi dice anche che me le cerco.»

LUI: «Quando spalanco la porta, Ester si rizza in piedi e mi guarda, gli occhi rossi, i capelli scarmigliati, il moccio al naso. Usciamo, le dico, così che tutti ti possano vedere. Lei mi fissa e non si muove. Vestiti, le urlo. Fa no con la testa. Vestiti, te lo dico per l’ultima volta. Lei non ubbidisce ancora. Riesco ad afferrarle una ciocca di capelli. La strattono forte attirandola a me. Vestiti, ti ho detto. Immediatamente.»

ESTER: «A un tratto è troppo. Ho visto me stessa, quella che sono diventata. Arrendevole, sottomessa, docile. Una povera vittima, senza più dignità e amor proprio. Ho urlato il mio NO con tutta la rabbia e la furia che ho in corpo. Continuo a ripeterlo quel no liberatorio, anche quando mi schiaffeggia e mi riempie di pugni, anche quando sono a terra, incastrata tra la parete e il letto e mi tiraun calcio nel ventre, poi un altro e un altro ancora. Mi alzo con fatica, mugolando per il dolore. Deve avermi incrinato almeno due costole il bastardo.»

LUI: «L’ammazzo. L’ho appena formulato e quel pensiero si è già fatto spazio dentro di me. Dilaga nella mia mente, mettendo a tacere la mia coscienza, invade ogni fibra dei miei muscoli, arma la mia mano. Sento la rabbia dentro di me che urla. È incontenibile, incontrollabile ormai.»

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LUI: «Volevo solo metterle paura, giuro. Ma quando Ester ha tentato di divincolarsi e mi ha graffiato non ho capito più nulla. Mi sono visto, riflesso nello specchio del bagno. Sul viso i solchi profondi della sua ribellione. Le ho infilato il coltello nella pancia. Un colpo secco. Netto, deciso, senza ripensamenti. Ho sentito la pelle lacerarsi, la lama farsi strada in profondità nella carne. Mi sono appoggiata a lei con tutto il mio peso, infilzandola senza pietà.»

ESTER: «Il suo ultimo abbraccio. Me ne sono andata così, tra le sue braccia, l’odore della sua pelle e le sue mani addosso. Ester, l’ho sentito gridare, non lasciarmi, amore mio. Gli ho sorriso, il mio ultimo sorriso, poi sono scivolata via, libera finalmente!»

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