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FRANCESCO PAOLO MICHETTI – IL VOTO

di Stefano Di Palma

Questo immenso dipinto (250x700cm) fu presentato all’Esposizione internazionale romana del 1883 e testimonia uno dei vertici creativi raggiunti da Francesco Paolo Michetti, artista di straordinario interesse in seno alla pittura italiana della seconda metà dell’Ottocento.

Pensato come un fregio continuo, Il voto raffigura il fanatismo religioso dei fedeli riuniti per la festa abruzzese di san Pantaleo; i devoti, per voto, leccano la terra su cui si trascinano scalzi e bocconi fino a raggiungere il traguardo costituito dal busto argenteo del santo, dove arrivano feriti e sanguinanti. Si tratta di una delle tante feste popolari dove trovano espressione contemporaneamente la devozione religiosa, il fanatismo primitivo e la superstizione.

Nel dipinto, in un crescendo di emozioni, Michetti restituisce gli aspetti più tipici della sua terra d’origine dove folklore, ambienti, costumi, espressioni e atteggiamenti offrono un cospicuo materiale per eseguire un’analisi antropologica. Il pittore si focalizza sull’umanità varia che partecipa all’evento visto che ragazze, madri con i loro bambini, donne e uomini di ogni età sono profondamente coinvolti nell’esecuzione di un rito sacro dai forti accenti pagani, nonché quasi magico, conseguito attraverso la mortificazione del corpo e la preghiera.

Le emozioni trasmesse dai partecipanti a questa azione corale di culto sono efficacemente potenziate dalle straordinarie restituzioni cromatiche dove, grazie ad una pennellata sfilacciata e mossa, la materia attraversata dalla luce indossa la sua più preziosa veste. Ad una simile abilità riconducono ad esempio le sensazioni tattili degli abiti indossati dai protagonisti, l’aria ora densa ora rarefatta secondo il volere dei turiboli accesi, nonché la meravigliosa resa dello scintillio delle candele che si riverbera sul simulacro d’argento del santo. L’interesse antropologico di Michetti per gli usi della sua gente si traduce dunque in quest’opera in una visione e lettura idealizzante, molto vicina allo spirito delle “Odi barbare” di Carducci dove la cultura popolare veniva infatti interpretata come una forma di preziosismo barbaro e in questo senso trasformata in mito.

Di Francesco Paolo Michetti si ricorda l’educazione artistica sulla lezione naturalistica di Filippo Palizzi; grazie a De Nittis egli fu introdotto nell’ambiente di Parigi dove si recò varie volte a partire dal 1872. Nel 1874 il pittore entrò in contatto con lo spagnolo Mariano Fortuny che lo introdusse al gusto per il giapponismo e all’uso del pastello; grazie agli apporti di questo artista egli incominciò ad adottare una resa luministica a piccoli tocchi della quale il punto d’arrivo in questa fase si può indicare nell’opera la Processione del Corpus Domini esposta a Napoli nel 1877 e che scatenò giudizi contrapposti.

Iniziarono così anche i viaggi di studio dove, attraversando vari paesi spesso in compagnia del letterato Gabriele D’Annunzio e del demologo Antonio De Nino, Michetti documentò con estremo interesse i costumi popolari sia con schizzi sia con fotografie; quest’ultimo mezzo diventò nel corso del tempo lo strumento principale con il quale l’artista approfondì le sue indagini sul vero, nel segno di una ricerca autonoma di straordinaria modernità (R. SCRIMIERI, 2002).

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