IL CAMEO, ARTE E TRADIZIONE

IL TESORO DELL’ABBAZIA DI CASAMARI

di Stefano Di Palma

La denominazione di “Tesoro”, accostata ad un cospicuo gruppo di reliquie che un tempo si trovavano presso l’Abbazia di Casamari, esprime con efficacia la preziosità di questi reperti che si delinea sia sul piano religioso, poiché sono parti corporee oppure oggetti riferiti a sacri personaggi, sia sul piano storico artistico, poiché le custodie che li contengono sono in alcuni casi veri e propri oggetti d’arte.

Nel considerare l’affermazione e l’utilizzo del concetto di reliquia occorre partire dal significato stesso. La voce reliquiae fu usata in antichità, secondo il senso etimologico (illa quae ex aliquia re relicta sunt) anche per designare resti dei defunti; in questo senso la parola passò al linguaggio cristiano, dove acquistò un senso più ampio, con l’estensione della venerazione anche a oggetti venuti a contatto con i resti di santi    (cfr. G. P. KIRSCH, 1936).

L’uso delle reliquie è universale nelle religioni primitive ed etniche dell’antichità e si accentua in quelle religioni universali, che avendo avuto un fondatore, amano venerare i ricordi superstiti della sua persona. Assieme al Cristianesimo, dove tale pratica si sviluppa ampiamente, è il Buddhismo che accetta una simile prassi mentre l’Islamismo, pur conoscendo forme di culto per circostanziate reliquie, disconosce nettamente tale fenomeno insieme all’Induismo e all’Ebraismo respingendo nettamente ogni contatto con i corpi morti e ancor di più con parti di essi (cfr. J. GOODY, 2000).

La raccolta e venerazione delle reliquie è carica di implicazioni religiose, storiche, antropologiche e sociologiche; spesso tale pratica si è coniugata con il mondo del fantastico producendo pezzi evidentemente falsi; sta di fatto, come accade nel caso di Casamari, che il possesso di simili resti garantisce prestigio materiale e spirituale ai detentori con evidenti garanzie di ricadute benefiche su coloro che le visitavano devotamente.

Anticamente, l’abbazia di Casamari possedeva molte reliquie custodite in preziose teche che tra i secoli XIV e XVI sono andate disperse. Alcune di esse però furono trasportate nella cattedrale di Veroli dove in tempi recenti sono state sistemate in uno spazio più idoneo utile alla fruizione pubblica. Come mai questi pezzi superstiti non si trovano nella sede originaria? La risposta è semplice: per motivi di sicurezza nel 1573 su iniziativa del card. Alessandrino (Michele Bonelli) si trasportarono nella cattedrale di Veroli, ritenuta luogo più sicuro. Le fonti ricordano questi oggetti sacri chiusi in un armadio che si poteva aprire con due chiavi: una era custodita dal più anziano prete della cattedrale, l’altra dall’abate del monastero di Casamari. Ogni volta che il Capitolo della cattedrale di Veroli voleva la chiave da Casamari, ad esempio per esporre le reliquie o per farle vedere a qualche insigne personaggio in visita,  era obbligato di redigere due scritture firmate da un notaio mentre quando si restituiva la chiave i canonici scrivevano una lettera di ringraziamento all’abate (cfr. F. FARINA – B. FORNARI, 1981).

Del prezioso Tesoro fanno parte due reliquiari collettivi a lastra del quale uno, datato al 1291 e realizzato per volere dell’abate di Casamari Giovanni Bove, è stato eseguito con lastre in argento dorato, traforato e graffito, e presenta nove smalti raffiguranti altrettanti santi dei quali custodisce le reliquie: tra di essi si trovano effigiati san Domenico abate e la patrona di Sora, ovvero santa Restituta.

I pezzi che conoscevano grande considerazione erano tre. Il primo è un frammento del legno della croce di Cristo, incassato in una croce d’oro sempre del 1291; questo splendido pezzo di oreficeria accoglie nel recto il centrale Cristo crocifisso mentre sulle estremità si trovano i Dolenti (la Vergine e san Giovanni) e i ritratti di un angelo e di san Pietro; sul verso negli stessi punti si trovano i simboli apocalittici associati agli evangelisti. Il secondo è un pezzo del braccio di san Matteo apostolo incassato in un reliquiario con la forma dello stesso arto. Il terzo è il cranio di uno dei santi martiri Giovanni e Paolo (ai quali è dedicata la chiesa di Casamari) chiuso in un reliquiario d’argento a forma di testa umana connato da una forma del viso tonda, tratti lineari, occhi sgranati e particolare cura nella resa delle ciocche di capelli. Le ultime tipologie rientrano nei cosiddetti reliquiari antropomorfi.

A queste tre reliquie si associava una tradizione. Un tempo, nel giorno dell’Ascensione, esse venivano trasportate con particolare solennità in processione da Veroli a Casamari. L’evento prevedeva al mattino l’incontro ad un certo punto del percorso dei due gruppi di ecclesiastici, ovvero il Capitolo ed i monaci, che si muovevano da Veroli e da Casamari. Avvenuta la consegna delle reliquie esse venivano trasportate nell’abbazia dove si svolgevano le cerimonie liturgiche ed il bacio da parte dei fedeli; al vespro i cortei si muovevano di nuovo e nello stesso punto avveniva la riconsegna degli oggetti sacri. All’inizio del Settecento una preziosa fonte ci descrive questa giornata e ci tramanda la presenza di ben trentamila fedeli provenienti oltre che dai territori protagonisti dell’evento, anche da Ferentino e da Sora (cfr. F. RONDINI, 1707). Questa manifestazione religiosa, carica di sollecitazioni ultraterrene, conosce esistenza fino al 1783, anno in cui fu abrogata.

 

 

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