FATTI AD ARTE

IL TRIONFO DELLA CONOSCENZA – LA SCUOLA DI ATENE DI RAFFAELLO

di Stefano Di Palma

Come artista ormai ampiamente affermato, Raffaello (1483-1520) viene chiamato in Vaticano nel 1508 da papa Giulio II, forse su indicazione del Bramante, per dipingere in sostituzione di alcuni precedenti affreschi, le quattro stanze destinate ad abitazione privata del pontefice.

Tra questi ambienti si ha la cosiddetta Stanza della Segnatura, chiamata così perché adibita a sede del tribunale della Signatura Gratiae, dipinta tra il 1509 e il 1511 quasi interamente da Raffaello. Sulle pareti si trovano dei celebri capolavori del maestro: la Disputa del Sacramento (o Trionfo della Teologia), la Scuola di Atene (o Trionfo della Filosofia), il Parnaso (Trionfo della Poesia). In questi soggetti e nella decorazione della stanza, vengono illustrate le tre idee fondamentali del Vero (conseguito con la Fede e la Filosofia), del Bene (conseguito con la Giustizia) e del Bello (conseguito con la Poesia), corrispondenti alle tre facoltà dell’anima secondo la dottrina neoplatonica: la noetica, l’etica, l’estetica (cfr. F. NEGRI ARNOLDI, 2004). La Stanza della Segnatura costituisce dunque una delle massime rappresentazioni della cultura e dell’arte rinascimentale e probabilmente in origine ospitava la biblioteca di papa Giulio II.

Vero e proprio capolavoro di Raffaello è l’affresco intitolato La Scuola di Atene che celebra la ricerca del vero sul piano razionale: il rigore compositivo dell’opera è espressione dell’ordine del pensiero umano.

La riunione dei grandi pensatori dell’antichità avviene in un grandioso edificio, ispirato nell’impostazione all’architettura tardo romana; si tratta dunque di uno spazio connotato da una sequenza prospettica di volte a botte con cassettoni ornato di statue e di rilievi.

Al centro della composizione sono raffigurati i due principali filosofi della classicità: Platone e Aristotele. Il primo addita il cielo recando con sé il Timeo, il secondo volge la mano verso il suolo, tenendo nell’altra l’Etica. Questi semplici ma potenti gesti sintetizzano l’essenza del loro pensiero: Platone indica il cielo per mostrare l’importanza da lui assegnata alle idee e allo spirito; Aristotele con la mano aperta indica la terra, per segnalare l’importanza da lui attribuita alle materie tangibili quali la conoscenza scientifica, la fisica e la politica.

Attorno ai due grandi filosofi dell’antica Grecia si trovano i grandi pensatori che singolarmente ed in gruppo animano la scena esponendo teorie, sperimentando e studiando; nei gruppi i partecipanti sono ritratti in una sorta di agitazione creativa che esprime la vivacità dell’ingegno umano anche se allo stesso risultato pervengono pure i personaggi ritratti in solitaria concentrazione.

In questa pittura murale si riconoscono numerosi uomini illustri del passato i quali spesso sono ritratti con le sembianze di personaggi contemporanei a Raffaello. Si accorciano così le distanze cronologiche e la solennità della scena raffigurata si coniuga con una affascinante nuova contestualizzazione del tema.

Tanti sono gli esempi da citare e si menzionano i principali. Nel volto di Platone riconosciamo le sembianze di un grande artista e scienziato rinascimentale, ossia Leonardo da Vinci. Questo omaggio dell’urbinate al genio toscano affonda le sue origini da un incontro avvenuto tra i due nel 1504 che ci è tramandato dalle fonti; da quel momento Raffaello si staccò dalla maniera del Perugino suo maestro per cercare di avvicinarsi a quella di Leonardo (cfr. G. VASARI, 1568 ).

Nella parte sinistra dell’affresco, di profilo con una tunica verde, si riconosce Socrate che, indicandole sulla punta delle dita, enuncia le sue deduzioni logiche ad alcuni suoi seguaci che lo ascoltano con attenzione. Il grazioso giovane biondo, dipinto sotto i seguaci di Socrate, potrebbe essere identificato con Francesco Maria della Rovere, il diciottenne pronipote di Giulio II. Sotto di lui, intento nella scrittura, si trova il matematico Pitagora di Samo; si noti la curiosa figura dell’uomo alla sua sinistra che sta tentando di copiare i suoi scritti. Disteso sui gradini del tempio, intento nella lettura di un appunto, è il filosofo Diogene di Sinope; tipico della sua filosofia è il disprezzo per ogni convenzione sociale e questo suo troppo libero atteggiamento suscita la riprovazione del giovane alla sua destra. Nell’angolo destro dell’affresco, intento con un compasso a mostrare le misure di una figura geometrica, è il grande matematico Euclide, ritratto con le sembianze di Bramante.

Infine sono due i ritratti che sollecitano particolarmente l’attenzione dell’osservatore. All’estrema destra si trova un autoritratto di Raffaello (il giovane con il basco nero) che volle raffigurare per la prima volta tra gli intellettuali anche gli artisti a dimostrazione che l’arte è un lavoro della mente e non soltanto della mano mentre, seduto ai piedi della scalinata, si trova la pensosa figura di Michelangelo del qual Raffaello aveva potuto ammirare per la prima volta gli affreschi della Sistina che indubbiamente lo colpirono profondamente (cfr. E. BRUSCHINI, 2004).

 

 

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