Il Velo di Maya

IL VELO DI MAYA – L’ASSERVIMENTO DELLE DONNE

di Maria Caterina De Blasis

Una lezione del 1861 che fa riflettere ancora oggi

In vista delle elezioni si fa un gran parlare delle quote rosa. Per qualcuno è una forzatura che relegherebbe la donna a ruolo di specie da proteggere, per altri, evidentemente anche per la legge, è invece un passo necessario per aprire le porte delle liste e quindi della politica, a quello che da alcuni viene ancora considerato il “sesso debole”.

Oggi, allora, per invitare ad una riflessione su questioni così delicate, vogliamo volgere lo sguardo al passato e provare a raccontare ciò che John Stuart Mill (Londra 1806 – Avignone 1873) scriveva nel 1861 nel saggio The Subjection of Women – L’asservimento delle donne, pubblicato nel 1869. Prima di leggere ciò che sosteneva il filosofo britannico c’è una premessa necessaria da fare: Mill scrive in un periodo in cui il potere sociale e l’ottica maschile che lo sosteneva assegnavano alla donna solo la gestione dei sentimenti privati e la cura dei bambini.

«[…] Gli uomini han fatto di tutto per soggiogare la mente delle donne. In tutti gli altri casi di schiavitù, i padroni, per assicurarsi l’obbedienza degli schiavi, contano sulla paura: la paura che essi stessi incutono, o qualche timore di carattere religioso. Ma i padroni delle donne volevano più della semplice obbedienza, e hanno quindi volto a questo fine tutta la forza dell’educazione» (cap. I).

Mill è dunque convinto che l’asservimento della donna sia frutto della primitiva legge del più forte. Se nelle epoche precedenti erano schiavi la maggior parte degli uomini e tutte le donne, nella società britannica dell’epoca, e non solo, la schiavitù degli uomini era terminata, mentre quella delle donne era semplicemente diventata più blanda e regolarizzata da leggi giuridiche e assolutamente non naturali.

Nel saggio del liberista sono perciò evidenti le influenze del suo peculiare utilitarismo. Egli crede, infatti, che la subordinazione delle donne sia un ostacolo al progresso, e che ogni passo avanti compiuto dall’umanità sia stato accompagnato da un miglioramento della loro posizione sociale. «Il superamento dell’asservimento delle donne viene raccomandato perché infatti è l’unica via per migliorare le condizioni di vita di tutti ed accrescere la felicità generale» (Lecaldano).

Il filosofo avanza ancora un’altra tesi rivoluzionaria per l’epoca: una scuola di autentici sentimenti morali è una società di eguali. Lui stesso, però, riconosce che forse dovranno passare anni prima che una verità del genere possa essere riconosciuta e fatta propria da tutti. L’educazione morale, infatti, all’epoca, era soprattutto basata sulla legge della forza. Invece «quel che occorre, è che [la famiglia] sia una scuola di uguaglianza simpatetica, di vita in comune nell’amore, dove non ci sia il potere tutto da una parte e l’obbedienza tutta dall’altra» (cap II).

I benefici di cui godrebbe il mondo senza la schiavitù delle donne sarebbero, secondo Mill, benefici sociali, collettivi e non individuali. Il diritto di famiglia, la parità dei sessi, il suffragio universale -che, ricordiamolo, in Italia esiste solo da 70 anni – sono, per il filosofo, presupposti necessari anche per il miglioramento degli uomini, che così non si sentirebbero più superiori per il semplice fatto di “essere maschi”. Dopo le necessità primarie del nutrirsi e del vestirsi, infatti, è la libertà la prima e la più forte esigenza della natura umana.

Anche questa volta solo qualche spunto di riflessione per addentrarci nel mondo della filosofia. Qualche riga per vedere come, nonostante i secoli, le posizioni di uno dei baluardi del liberalismo e dell’utilitarismo offrano una preziosa chiave di lettura per riflettere su ciò che accade ancora oggi. Le pagine dei nostri giornali sono piene di cronache che raccontano abusi, violenze, omicidi sulle donne, che hanno portato addirittura a coniare un nuovo termine: femminicidio. Non è solo una questione di opportunità politica, quindi, ma di vera e propria vita.

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