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LEONARDO DA VINCI – A CENA CON IL TRADITORE

 

di Stefano Di Palma

Se la religione cristiana, la liturgia cattolica e molte opere di artisti del passato recano estrema luce sul momento dell’istituzione dell’Eucaristia, è con questo dipinto murale terminato circa nel 1498 da Leonardo che si esplicita, in maniera del tutto inedita, una delle accezioni più umane del dramma eucaristico riportato dalla Scrittura, ovvero l’annuncio dell’imminente tradimento.

“In verità vi dico, uno di voi mi tradirà”. E’ questo il prelievo dal vangelo proposto dall’artista,  cristallizzato in primo piano in una magnifica composizione dei protagonisti contenuta entro una scatola prospettica che suggerisce la stanza del cenacolo e che si apre verso lo spettatore davanti al quale si consuma l’evento quasi a parteciparvi.

Rompendo la tradizione che poneva i personaggi dell’Ultima Cena in simmetrico allineamento ai lati di Cristo, Leonardo divide e articola la scena raggruppando i discepoli in gruppi di tre e variando le singole sequenze con differenti gesti ed espressioni. C’è agitazione nell’aria, l’annuncio dell’imminente tradimento sconvolge i presenti e geniale è l’inserimento di sensazioni acustiche che amplificano la concitazione della scena; quest’ultime si esplicitano proprio nell’atteggiamento degli apostoli che, intrecciati in un movimento ondulatorio, rappresentano ciascuno una diversa reazione alle parole di Cristo persino udite con più difficoltà agli estremi del tavolo; si tratta, per dirla alla maniera del Vasari della restituzione del “moto e il fiato” che è veicolo dell’azione, del pensiero, dell’emozione.

Come è stato evidenziato Leonardo riesce a suggerire, in competizione con la poesia e la musica (trovando paralleli con le sue indagini degli anni novanta) lo svolgimento temporale dell’azione, per cui ciascun apostolo sembra colto nel momento immediatamente successivo a quello del suo vicino (E. VILLATA, 2006).

Evidentemente è aderente al pensiero di Leonardo il non perdersi nella faticosa trasmissione del mistero eucaristico ma certificare un momento tutto umano, aderente al vero e dimostrabile, nonché perfettamente calzante ai suoi interessi rappresentativi. Ricordiamo però che nessun uomo può annunciare un imminente tradimento che lo condurrà alla morte se non preventivamente avvisato e, allora, torna in scena un dosato affondo sulla divinità di Cristo. Il Salvatore è infatti figura centrale, isolata, mansueta, conscia e pronta a vivere ciò che sta per accadere; inscritto in un triangolo egli stende le mani sulla tavola: una prima apertura del corpo che troverà il più alto esito, da lì a poco dopo, nell’apertura completa delle braccia sulla croce.

Frutto dei disegni di studio e soprattutto di una particolare efficacia rappresentativa insita nella redazione finale, risultano alcuni dettagli come si vede nei volti intrisi di eroico classicismo e di sentimentale gentilezza, nell’inusitata raffinatezza della natura morta della tavola provvista anche dei riflessi dei bicchieri, nonché nell’uso di una luce fredda e preziosa.

Come è noto quest’opera è situata nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie  di Milano e si ascrive alla produzione dell’artista nel momento di contatto con la corte di Ludovico il Moro; quasi del tutto scomparso per l’infelice tecnica di esecuzione in cui Leonardo sperimentò procedimenti alternativi nonché danneggiato dall’umidità del luogo e dai danni subiti nel bombardamento della Seconda Guerra Mondiale, l’affresco, che pur sopravvive, è stato recuperato con complesse opere di restauro e ancora oggi viene costantemente  monitorato.

 

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