DIO È MORTO AD ARCE.
Lo scrivo provocatoriamente, lo scrivo con amarezza, ma lo scrivo soprattutto perché ieri sera, durante il concerto dei Nomadi ad Arce, ho visto qualcosa che mi ha lasciato dentro una domanda alla quale non riesco a dare una risposta. Ho visto una piazza piena di persone venute per ascoltare musica, stare insieme, cantare, emozionarsi. Ho visto giovani, anziani, famiglie. E ho visto anche tante persone con disabilità: persone con disabilità motoria, cognitiva e con altre fragilità, arrivate lì esattamente come tutti gli altri, con il desiderio semplicissimo di vivere una serata di musica.
A quelle persone è stato riservato uno spazio delimitato, una sorta di corridoio lontano dal palco. Sulla carta, forse, uno spazio dedicato. Nella realtà, un posto dal quale era praticamente impossibile vedere lo spettacolo. Perché davanti c’erano centinaia di persone in piedi, e quando una persona è seduta su una carrozzina, o semplicemente non può stare in piedi come gli altri, l’altezza degli altri diventa una barriera. Una barriera che non si vede nei progetti. Ma che conosce benissimo chi vive questa realtà!
Che senso ha predisporre uno spazio per una persona con disabilità se poi quello spazio non le permette di vedere il palco? L’ inclusione non può essere una casella da spuntare. Non basta dire: “Abbiamo previsto un’area per i disabili.” Bisogna chiedersi se quella persona, da lì, può realmente partecipare. La risposta è stata no. E la cosa è diventata ancora più evidente quando, durante il concerto, il cantante è sceso tra le prime file del pubblico. In quel momento ho visto materializzarsi la differenza tra essere presenti e poter partecipare, tra essere persone con disabilità e normodotati, alla differenza tra una società che ha il coraggio di far essere, di permettere a ogni persona di esserci pienamente, senza nascondersi, e una società che, ancora oggi, sembra suggerire alle persone con disabilità e alle loro famiglie:
“State lì. Non disturbate. Non mettetevi in mezzo. Va bene anche se non vedete. L’importante è che ci sia un posto anche per voi.” Quasi come se dovessero chiedere: “Scusate se esistiamo.”

Ma io non credo che debba essere così. Una persona con disabilità non deve vergognarsi della propria condizione. Una madre non deve vergognarsi del proprio figlio. Un padre non deve sentirsi in colpa perché suo figlio ha bisogno di uno spazio accessibile. Un ragazzo dovrebbe poter stringere la mano della sua fidanzata, cantare a squarciagola la loro canzone, dedicarle una strofa, baciarla sotto il palco e ridere insieme a lei, come fanno tutti gli innamorati del mondo. E invece, a volte, gli viene assegnato un angolo lontano, quasi che anche l’amore, quando incontra la disabilità, debba imparare a stare in disparte. Nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra esserci e non disturbare. Perché il problema non è la persona con disabilità che occupa uno spazio. Il problema è una società che continua a progettare gli spazi senza pensare davvero a tutte le persone che li abiteranno. Chi era davanti poteva vivere quel momento. Chi era stato collocato lontano dal palco poteva soltanto guardare da lontano. Sempre che riuscisse a vedere.
E poi c’erano i secchi dell’immondizia. Proprio lì. A ridosso delle transenne che delimitavano l’area riservata, a pochi passi dalle persone con disabilità. Quell’immagine mi ha colpito e mi ha fatto incazzare ancora di più rispetto a quella pedana non a norma (accertata) ma ancora presente. Perché, simbolicamente, vedere delle persone con disabilità confinate in un angolo e, accanto a loro, i contenitori dei rifiuti crea un’immagine che non può non leggersi così:
DISABILITÀ. RIFIUTO DELLA SOCIETÀ.
Lo so è una metafora dura, persino scomoda da far “incazzare i ciucci presuntuosi” ma certe volte le immagini scomode servono proprio a farci fermare e pensare. E allora mi domando vi domando: è questo il modo in cui vogliamo parlare di inclusione? Io credo di no. Io credo che una persona con disabilità non debba essere semplicemente “sistemata”. Non debba essere messa da qualche parte per poter dire che è stata considerata. Io credo che debba poter vedere. Debba poter ascoltare. Debba poter cantare. Debba poter emozionarsi. Debba poter vivere il concerto. Debba poter stare insieme agli altri. Perché l’accessibilità non è concedere un privilegio. È garantire una possibilità…
Ma voglio aggiungere una cosa che considero ancora più importante: Un concerto non è soltanto un evento. Non è soltanto un modo per fare numeri, riempire una piazza, contare le presenze, pubblicare fotografie e poi autocelebrarsi per la riuscita della manifestazione. Un concerto, soprattutto quando porta con sé parole, valori e messaggi che invitano le persone a riflettere sulla società in cui viviamo, è anche un atto culturale. E la cultura manda messaggi. Manda messaggi politici, nel senso più nobile del termine: perché parla di come immaginiamo la nostra comunità, di chi vogliamo includere, di chi vogliamo ascoltare, di quale società vogliamo costruire. E allora non si può salire su un palco e invitare migliaia di persone a riflettere sulla solidarietà, sulla giustizia, sulla dignità, sugli ultimi, sugli esclusi, sulla necessità di cambiare il mondo… e poi, fuori dal palco, nascondere gli ultimi, relegare gli esclusi e lasciare ai margini proprio le persone che quella società dovrebbe imparare a includere. Non si può chiedere al pubblico di riflettere sull’emarginazione e, nello stesso tempo, creare fisicamente un luogo di emarginazione. Perché l’inclusione non può essere soltanto una parola da cantare. Deve diventare una scelta da praticare. Io non sto chiedendo privilegi. Non sto chiedendo corsie preferenziali. Sto chiedendo semplicemente che una persona con disabilità possa andare a un concerto e non sentirsi, ancora una volta, messa ai margini. E forse proprio quando le note di “Dio è morto” hanno iniziato a pervadere la piazza l’amarezza e la rabbia si sono fatte spazio al raziocino. Perché quella canzone non parla soltanto di Dio. Parla di una società che perde i propri valori. Parla di un mondo nel quale le parole diventano vuote quando non sono accompagnate dai fatti.
E allora sì: DIO È MORTO AD ARCE. Spero che Dio, la solidarietà, l’uguaglianza, la fratellanza e il rispetto per chi è più fragile possano invece tornare a vivere nelle nostre scelte quotidiane. Perché la prossima volta non voglio vedere una persona con disabilità relegata in fondo. Voglio vederla davanti. Non perché debba avere più diritti degli altri. Ma perché deve avere gli stessi diritti degli altri.
Eleonora Maini