LETTERA APERTA
Testimonianza e denuncia sul divario tra i riconoscimenti proclamati e la realtà quotidiana delle famiglie.
Alle redazioni, ai direttori e alle direttrici, ai giornalisti e alle giornaliste, ai rappresentanti delle istituzioni, ai politici di ogni partito, agli amministratori regionali e locali, alle associazioni e a tutti i cittadini che vorranno ascoltare.
Scrivo questa lettera aperta come madre, come caregiver familiare e come cittadina, ma soprattutto a nome di tutte quelle famiglie che ogni giorno tengono in piedi da sole un sistema che, senza di noi, semplicemente crollerebbe.
Da anni si parla di riconoscimento del caregiver familiare. Si annunciano riforme, si approvano leggi, si celebrano “primi passi”, si moltiplicano audizioni, dichiarazioni e tavoli istituzionali. Ma la verità, quella che si vive nelle case, nelle notti senza sonno, nelle giornate scandite da terapie, assistenza, sorveglianza continua, burocrazia infinita e totale assenza di respiro, è molto diversa.
Il caregiver familiare continua a essere raccontato come una figura da valorizzare, ma nella pratica resta una figura sfruttata, invisibile e lasciata sola.
Chi è caregiver non lo è per scelta. Nessuno sceglie di rinunciare al lavoro, al riposo, agli amici, alla propria salute, alla propria autonomia economica e perfino alla propria identità personale. Si diventa caregiver perché si ha un figlio, una figlia, un fratello, una sorella, un genitore, una persona amata che ha bisogno di assistenza continua. E da quel momento la vita cambia per sempre.
Quando il caregiver è un genitore, il dolore è ancora più profondo, perché il rapporto tra genitori e figli è qualcosa di unico, imprescindibile, che tutti conosciamo anche al di fuori della disabilità e della fragilità. Ma questo non significa che il carico sia meno intenso quando a prendersi cura è un figlio o una figlia che assiste un genitore anziano, oppure un fratello o una sorella rimasti soli a occuparsi della propria famiglia. Anche lì esiste un legame insostituibile, fatto di responsabilità, amore, memoria condivisa e senso del dovere. Cambiano le relazioni, ma non cambia la profondità umana della cura.
“Ognuno di noi è il minimo commune multiplo della disabilità”
E il valore che viene attribuito a questo carico umano, fisico, affettivo e mentale è umiliante. Non perché il lavoro di cura non debba avere un riconoscimento economico: al contrario, noi caregiver chiediamo da anni che il nostro lavoro venga finalmente riconosciuto come tale, perché è un lavoro a tutti gli effetti.
La vera vergogna è il tipo di valore che è stato dato a questo lavoro. Si arriva infatti a riconoscere la figura del caregiver solo laddove si dimostri un carico assistenziale di 91 ore settimanali o più.
Eppure, anche molto prima di quella soglia, la realtà delle famiglie è già incompatibile con una vita lavorativa normale.
Chi accompagna un figlio o un familiare a terapie settimanali, visite, percorsi riabilitativi, attività scolastiche, interventi specialistici, chi organizza le giornate in funzione dei bisogni assistenziali, chi vive tra mattine occupate, pomeriggi spezzati, turni alterni e continue emergenze, sa benissimo che trovare o mantenere un lavoro stabile è spesso impossibile. E questo senza contare che il lavoro del caregiver non finisce fuori casa: continua dentro casa, ogni giorno, ogni sera, ogni notte.
Per questo la questione non è che venga attribuito un valore al lavoro di cura. La questione è quale valore gli viene attribuito. Perché se per riconoscerlo si pretende la dimostrazione di un impegno enorme, totalizzante, incompatibile con qualsiasi equilibrio di vita e di lavoro, e poi a fronte di tutto questo si restituisce un sostegno minimo, allora quello non è un riconoscimento dignitoso. È l’ennesima umiliazione.
Il messaggio che passa è devastante: il vostro tempo non vale, la vostra vita non vale, il vostro sacrificio non vale. O, peggio, vale solo se riuscite a dimostrarlo entro criteri, parametri e procedure pensati da chi questa realtà non la vive.
Eppure i caregiver familiari fanno risparmiare allo Stato somme enormi. Quello che ogni giorno svolgiamo nelle nostre case dovrebbe essere garantito, almeno in parte significativa, da un sistema pubblico sanitario, sociosanitario e assistenziale realmente strutturato. Ma questo sistema, troppo spesso, non c’è o non basta. E allora tutto ricade sulle famiglie. Siamo noi a sostituire servizi assenti, assistenza insufficiente, interventi tardivi, supporti mancanti. Siamo noi a coprire, gratuitamente, i vuoti lasciati dalle istituzioni.
Ed è proprio qui che emerge il fallimento del welfare. Un welfare vero dovrebbe prevenire l’isolamento delle famiglie, sostenere concretamente i percorsi di vita, alleggerire il carico assistenziale, garantire continuità nei servizi, risposte tempestive, interventi domiciliari adeguati, supporto economico reale e strumenti realmente accessibili. Invece troppo spesso ci troviamo davanti a un welfare debole, intermittente, frammentato, costruito più per essere raccontato che per essere vissuto. Un welfare che non accompagna, non tutela, non solleva, ma scarica il peso sulle famiglie e poi le lascia sole a reggerlo.
Noi non siamo mai stati davvero riconosciuti. Non siamo mai stati realmente retribuiti. Il nostro tempo sembra non avere valore. Le nostre vite sembrano non avere valore. E oggi ci viene restituita una rappresentazione umiliante di tutto questo, come se anni di rinunce, notti insonni, isolamento, fatica fisica e psicologica potessero essere compressi dentro misure insufficienti, escludenti e offensive.
Nel Lazio questa contraddizione è ormai evidente e intollerabile.
Da una parte, la Regione Lazio ha formalmente riconosciuto la figura del caregiver familiare e ne ha previsto il sostegno. Dall’altra, nella vita concreta di moltissime famiglie, quei benefici non sono mai arrivati davvero, oppure arrivano in modo discontinuo, incerto, insufficiente, con attese lunghissime, fondi non adeguati e una precarietà continua che rende tutto fragile e instabile.
I diritti vengono raccontati, ma non si vedono.
Le misure vengono annunciate, ma non entrano nelle case.
I riconoscimenti esistono sulla carta, ma non cambiano la vita reale delle famiglie.
La stessa esperienza dei territori racconta questo: domande senza risposte, PEC ignorate, procedure che si perdono nei passaggi amministrativi, famiglie lasciate senza riscontro anche quando chiedono l’attuazione di strumenti che le istituzioni stesse definiscono centrali.
Per quanto mi riguarda personalmente, ho presentato richiesta relativa all’attuazione del Progetto di vita per due dei miei figli, ma non ho mai ricevuto risposta. E questa non è una semplice mancanza burocratica: è il segno concreto della distanza enorme tra ciò che viene annunciato e ciò che poi accade davvero nella vita delle persone.
A tutto questo si aggiunge il bando della Regione Lazio per le persone non autosufficienti, presentato come misura di sostegno, ma costruito in modo da essere per molte famiglie concretamente irraggiungibile.
Perché una cosa deve essere detta con grande chiarezza: non si può sostenere di voler aiutare i nuclei in maggiore difficoltà economica e poi pretendere che proprio quelle famiglie anticipino per mesi le spese dell’assistenza, per poi ricevere un rimborso solo in un momento successivo.
Questo significa vivere completamente fuori dalla realtà.
Una famiglia con una persona con disabilità, molto spesso monoreddito non per scelta ma per necessità, non ha la possibilità materiale di anticipare ogni mese somme importanti per l’assistenza e aspettare poi mesi per il rimborso. Non ha margine. Non ha risparmi infiniti. Non ha una vita normale su cui appoggiarsi. Ha già un equilibrio fragile, spesso al limite della sopravvivenza economica, psicologica e organizzativa.
Nel caso specifico del bando regionale, si arriva a chiedere a famiglie già in difficoltà di anticipare per mesi circa 700 euro al mese, cioè migliaia di euro complessivi, per poter forse ottenere dopo un rimborso. Ma chi vive davvero questa realtà sa bene che questo non è un sostegno: è una barriera economica insormontabile.
Costruire misure di questo tipo significa trasformare un presunto aiuto in un’ulteriore selezione sociale: accede solo chi può anticipare. E chi non può, resta fuori. Proprio chi avrebbe più bisogno viene escluso di fatto.
Questa non è inclusione. Questa non è tutela. Questa non è attenzione alla fragilità.
Questa è una misura pensata senza partire dalla vita concreta delle famiglie.
A tutto questo si aggiunge il dibattito sul riconoscimento nazionale del caregiver, che continua a essere raccontato come una svolta, mentre per moltissime famiglie appare invece come l’ennesima presa in giro. Un riconoscimento che introduce limiti, condizioni, disparità, criteri stringenti, soglie economiche e requisiti tali da escludere o ridimensionare proprio chi vive da anni un carico assistenziale enorme.
Non è questo il riconoscimento che aspettavamo. Non è questo il rispetto che meritano i caregiver familiari. Non è questo il modo di restituire dignità a chi ha sacrificato tutto.
E c’è un’altra narrazione che andrebbe smontata con coraggio: quella di una disabilità raccontata solo attraverso immagini rassicuranti, simboliche, emotivamente belle, ma lontanissime dalla realtà quotidiana delle famiglie.
L’integrazione non è quella che si vede a Sanremo, dove un gruppo di ragazzi con disabilità viene fatto salire su un palco a cantare. Quello può essere sicuramente un momento bello, emozionante, persino importante sul piano simbolico. Ma non ha nulla a che vedere con l’assistenza reale, con i diritti esigibili, con i servizi che mancano, con il carico enorme che grava ogni giorno sulle famiglie, con la solitudine dei caregiver, con le terapie da organizzare, con le scuole da rincorrere, con le risposte che non arrivano, con i sostegni insufficienti, con i percorsi di vita che restano bloccati sulla carta.
La disabilità vera non è quella da mostrare per qualche minuto sotto i riflettori, per poi tornare a ignorarla il giorno dopo. La vera integrazione non è l’evento simbolico, non è la vetrina televisiva, non è il momento commovente da condividere. La vera integrazione è fatta di assistenza concreta, continuità dei servizi, supporti accessibili, fondi adeguati, risposte tempestive, scuola realmente inclusiva, sanità presente, progetti di vita attuati davvero.
Tutto il resto rischia di diventare soltanto un modo per scrollarsi di dosso la responsabilità dell’abbandono, per costruire una narrazione rassicurante mentre le famiglie continuano a essere lasciate sole nella gestione quotidiana della disabilità.
E qui entra in gioco anche la responsabilità della politica. Perché è profondamente umiliante vedere immagini, video e comunicati di personaggi politici che si fanno pubblicità sulle proprie presunte conquiste, celebrando risultati che nella vita reale delle famiglie non esistono o esistono solo in modo parziale, fragile, inaccessibile. È umiliante vedere la propaganda sostituire la realtà, la narrazione sostituire i diritti, l’autocompiacimento sostituire il dovere istituzionale.
Quando chi governa mette in vetrina provvedimenti come grandi successi, mentre nei territori continuano le attese, le esclusioni, i silenzi, le mancate risposte e i sostegni insufficienti, non sta dando speranza: sta aumentando la distanza tra istituzioni e cittadini. E per chi vive ogni giorno battaglie durissime, tutto questo fa ancora più male. Perché vedere la propria sofferenza trasformata in slogan o in passerella fa sprofondare ancora di più nella solitudine chi già combatte ogni giorno senza aiuti adeguati.
Ma in tutto questo c’è anche una responsabilità grave della stampa, nazionale e locale. Troppo spesso questi temi sembrano non interessare, non fare notizia, non meritare spazio, approfondimento o continuità. La disabilità, il caregiving familiare, l’assenza di welfare, i bandi costruiti male, i diritti negati o rinviati sembrano diventare improvvisamente degni di attenzione
solo quando c’è il rappresentante politico di turno che deve fare la propria esibizione, rilasciare una
dichiarazione, inaugurare una misura, rivendicare un risultato.
Troppo spesso la stampa racconta il momento della passerella, ma non racconta ciò che viene dopo.
Non racconta il silenzio delle amministrazioni. Non racconta le famiglie lasciate sole. Non racconta le domande senza risposta, le PEC ignorate, i fondi insufficienti, i bandi inaccessibili, i servizi mancanti, la fatica quotidiana che si consuma lontano dai riflettori.
E così, invece di fare da contrappeso al potere, una parte dell’informazione finisce per diventarne complice. Complice quando rilancia senza verificare la distanza tra gli annunci e la realtà. Complice quando concede spazio alla propaganda ma non alla replica delle famiglie. Complice quando amplifica l’autocelebrazione dei risultati ma non ascolta chi quei risultati, nella vita vera, non li vede.
Perché questo è un altro punto centrale: alle famiglie troppo spesso non viene data possibilità di replica e di risposta. Si parla sopra le loro teste, si usano le loro vite per costruire narrazioni istituzionali, si mostrano immagini rassicuranti, si scrivono comunicati trionfali, ma poi alle persone che vivono davvero tutto questo non viene lasciato spazio per dire: non è vero, non basta, non sta funzionando, noi siamo ancora soli.
E negare spazio di parola a chi vive direttamente queste battaglie significa isolarlo ancora di più.
Significa farlo sprofondare in una solitudine doppia: quella materiale dell’assenza di servizi e quella pubblica dell’assenza di ascolto. È una forma di umiliazione ulteriore, perché trasforma la sofferenza reale in un rumore di fondo da coprire con la comunicazione ufficiale.
La politica dovrebbe assumersi la responsabilità di guardare in faccia la realtà, non di coprirla con immagini rassicuranti. La stampa dovrebbe assumersi la responsabilità di raccontarla, non di limitarsi a fare da cassa di risonanza. Entrambe dovrebbero misurarsi con la vita vera delle famiglie, non con la convenienza della narrazione.
E intanto continuiamo a sentirci dire che si sta lavorando, che è un primo passo, che serve tempo, che il quadro normativo è in evoluzione.
Ma noi siamo stanchi. Siamo stanchi di essere ringraziati a parole e abbandonati nei fatti. Siamo stanchi di sentire parlare di centralità della persona e poi dover inseguire ogni singolo diritto. Siamo stanchi di norme che sembrano importanti nei comunicati stampa e diventano inutili o inaccessibili nella pratica quotidiana.
Siamo stanchi di essere considerati un ammortizzatore silenzioso, gratuito, inesauribile. Noi non siamo invisibili.
Noi non siamo una voce di bilancio da comprimere.
Noi non siamo una categoria da evocare nelle giornate simboliche e poi dimenticare il giorno dopo.
Noi siamo quelli che tengono in piedi tutto.
Siamo quelli che evitano ricoveri, suppliscono alle carenze dei servizi, sostengono terapie, accompagnano percorsi, reggono il peso emotivo, fisico ed economico della disabilità e della non autosufficienza.
Siamo quelli che lo fanno ogni giorno, senza ferie, senza orari, senza tutele vere.
Per questo chiediamo che si smetta di raccontare come svolte storiche misure che non rispondono alla realtà.
Chiediamo che il caregiver familiare venga riconosciuto davvero, non simbolicamente. Chiediamo che il lavoro di cura abbia dignità, continuità e strumenti concreti. Chiediamo che i bandi regionali siano costruiti sulla vita reale delle famiglie, non su modelli astratti.
Chiediamo un welfare vero, stabile, continuativo, che non lasci sole le famiglie e che non trasformi i diritti in concessioni incerte.
Chiediamo risposte, tempi certi, risorse adeguate e diritti realmente esigibili. Chiediamo ascolto, diritto di replica e spazio pubblico per la voce delle famiglie.
Chiediamo che il dolore, la fatica e l’amore delle famiglie non vengano più umiliati da
misure insufficienti, inique o irraggiungibili.
Questa lettera aperta è una denuncia, ma anche una richiesta di ascolto.
Chiediamo ai giornali, ai giornalisti, ai direttori, ai rappresentanti istituzionali, ai politici di qualunque appartenenza e a tutti i cittadini di guardare davvero questa realtà. Di uscire dai comunicati ufficiali. Di entrare nelle case delle famiglie caregiver. Di guardare la distanza enorme che esiste tra ciò che viene annunciato e ciò che viene realmente vissuto.
Perché finché questa distanza non verrà raccontata, continueremo a essere soli. E finché continueremo a essere soli, continuerà questa enorme ingiustizia.
Una madre, caregiver familiare e cittadina