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IN RICORDO DI ILARIA ALPI, UCCISA IN SOMALIA IL 20 MARZO 1994

“Il 20 Marzo del 1994 è Domenica. A casa Alpi verso le tre del pomeriggio arriva una telefonata dalla redazione del Tg3. A rispondere è Luciana, la mamma. “Ilaria è morta” le dicono.
Incredula e disperata è la sua reazione. Aveva parlato poche ore prima con Ilaria al suo rientro a Mogadiscio da Bosaso. Che cosa poteva essere successo? E come dirlo a Giorgio, il padre, che rassicurato dalla telefonata ricevuta da Ilaria, riposava tranquillo ? La notizia è già stata diffusa, in Italia, con un lancio d’agenzia ANSA firmato da Remigio Benni, corrispondente da Mogadiscio (ma che in quei giorni stava a Nairobi). La notizia riportata dall’ANSA non proviene dalle autorità italiane o dall’UNOSOM (United Nations Operation in Somalia) ma da Giancarlo Marocchino, un autotrasportatore italiano che vive a Mogadiscio da dieci anni che ha avuto un ruolo chiave in questa tragica storia. Da subito si tenta di accreditare la tesi dell’incidentalità: un attentato di fondamentalisti islamici, una rappresaglia contro i militari italiani, un tentativo di sequestro o un tentativo di rapina. Ma fu un esecuzione… “

Quanto appena appena riportato è un paragrafo estratto dal libro “Giornalismi e Mafie – Alla ricerca dell’informazione perduta” a cura di Roberto Morrione all’interno del progetto Libera Informazione, promosso da Libera, Associazione contro le Mafie.
Una rapina dicevano, ma le inchieste giornalistiche degli anni successivi e la desecretazione delle carte sulla morte della giornalista e del suo cameramen, hanno di fatto contribuito a portare a galla la verità, ovvero che Ilaria Alpi e Miran Hovadrin sono stati uccisi poiché avevano scoperto un traffico illecito di armi e di rifiuti tossici camuffati da aiuti umanitari provenienti dall’Italia e non solo.

Le armi che arrivavano in Somalia erano destinate al generale Aidid, politico e somalo, durante lo scontro sfociato in guerra civile tra Ali Mahdi Mohamed, che era stato nominato Presidente della Repubblica, e Mohammed Farah Aidid.

Entrambe le fazioni si contendevano il controllo della capitale Mogadiscio. In questo contesto, l’Onu decide di intervenire con un discutibile invio di aiuti umanitari con un conseguente invio di contingenti americani ed italiani. Va detto che la Somalia fino al 1960 era una colonia italiana e gli “interessi” sono continuati per molto tempo con la presenza di imprenditori italiani.
Nel 1996 in un’ informativa del Sisde (servizio segreto italiano) contenuta nei faldoni desecretati dal governo, compare un’informativa del Sismi (servizio segreto italiano, di natura militare) in cui si sottolinea che, secondo ambienti dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) il mandante dell’omicidio sarebbe stato il generale Aidid, signore della guerra somalo.
Tale annotazione ipotizza il coinvolgimento nell’omicidio di uno dei principali “signori della guerra” somali, attribuendo l’informazione all’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Come detto in precedenza, sembrerebbe che la giornalista stesse per pubblicare uno “scoop”.
Fonti dell’intelligence parlavano del coinvolgimento di un italianoimplicato nel citato traffico, messo in atto utilizzando come vettori alcune navi impegnate nel trasporto di aiuti umanitari, nell’ambito della cooperazione italiana a favore della Somalia”. L’italiano di cui si parla è Giancarlo Marocchino, colui che fu il primo ad arrivare sul posto in seguito all’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, mai indagato ma indicato come uno dei possibili protagonisti di traffici di armi e rifiuti tossici verso la Somalia.Ilaria Alpi 3

Una docu-fiction della Rai intitolata “Ilaria Alpi  –  L’ultimo viaggio “, racconta con immagini inedite il lavoro svolto dalla giornalista di Rai3 in Somalia. Grazie alle riprese conservate dall’operatore Rai Alberto Calvi, che ha sempre seguito Ilaria, si scopre il lavoro costante della giornalista e del suo operatore.
Secondo quanto riferito nel documentario da Franco Oliva, ex funzionario della Farnesina spedito in Somalia per mettere ordine nell’attività della Cooperazione e vittima di un attentato a cui è scampato, alcuni marinai di navi da pesca donate dall’Italia avrebbero riferito di navi che arrivavano in Somalia senza celle frigorifere. Dichiarazioni confermate da un documento della commissione europea che conferma la presenza di armi e presumibilmente rifiuti illegali tossici e radioattivi all’interno di queste navi.

Un altro documentario firmato Rai dal nome Toxic Somalia, svolge un attento lavoro di inchiesta filmando bidoni di rifiuti illegali rinvenuti a riva dopo anni, strade in cui sembrerebbero esser stati interrati rifiuti tossici, ed intere famiglie e bambini con tumori e malformazioni del corpo.

Ma Ilaria Alpi, secondo Carlo Taormina, era in Somalia “in vacanza”.
Già, perché il risultato dei lavori della commissione parlamentare d’inchiesta diretta Carlo Taormina, per la duplice uccisione di Ilaria Alpi e del suo cameramen, è stato quello di affermare che Ilaria Alpi fosse lì in vacanza.

La verità emersa nel tempo è che Ilaria e Miran sono stati attirati in una trappola con una telefonata di cui si ignora l’autore. Una volta lasciato il loro albergo per raggiungere la parte sud di Mogadiscio per raggiungere l’hotel Amana, sono state vittime di un agguato in cui entrambi vengono uccisi con un colpo alla nuca. Dopo il suo omicidio alcuni oggetti personali tra cui alcuni suoi block-notes sono spariti.

Che dire… una storia caratterizzata da depistaggi, corruzione e malaffare.

Ad oggi, a livello giudiziario, grazie alla tenacia della madre di Ilaria Alpi e grazie a numerose inchieste realizzate nel tempo, ci sono ancora novità: il prossimo 5 Aprile ci sarà un’udienza di revisione del processo a carico di Hasci Omar Hassan, che ha scontato 16 anni di reclusione ed ora uscito per buona condotta, presumibilmente innocente, condannato a 26 anni per la morte di Ilaria e Miran. Il suo grande accusatore era un altro somalo, Ahmed Ali Rage, detto Jelle, il quale, però, ha ritrattato tutte le sue dichiarazioni sostenendo di aver mentito volontariamente perché pagato per farlo.

In termini di immigrazione, questa condizione di disagio in cui ha versato e versa tutt’ora la Somalia ha certamente contribuito a far sì che un grande numero di persone abbandonasse il paese per raggiungere il nostro.
Anche a Sora sono accolti nei centri di accoglienza Sprar alcuni giovani Somali ed a loro va la massima solidarietà per essere stati vittime di un qualcosa molto più grande di loro, vittime davanti alle quali non possono  esistere né slogan né epiteti razzisti.

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