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LO SAPEVATE CHE…QUANDO LUDOVICO ARIOSTO PARLO’ DI ‘SORA DISTRUTTA’

540 anni or sono, precisamente l’8 Settembre del 1574, nasceva, a Reggio Emilia, Ludovico Ariosto. Universalmente considerato uno dei maggiori poeti della storia moderna, Ariosto è studiato e ricordato specialmente per il suo ‘Orlando Furioso’, poema cavalleresco di rara bellezza, all’interno del quale, precisamente nella settima strofa del Canto Trentaseiesimo, viene descritta anche la morte del Duca di Sora, Pier Gian Paolo Cantelmo, avvenuta nel 1496. Ecco i versi:

Salvossi il Ferruffin, restò il Cantelmo.
Che cor, duca di Sora, che consiglio
fu allora il tuo, che trar vedesti l'elmo
fra mille spade al generoso figlio,
e menar preso a nave, e sopra un schelmo
troncargli il capo?

Tuttavia, tra i suoi componimenti vanno menzionate anche le Rime e le Satire, che il poeta scrisse parlando dei più svariati temi. In questa notevole mole di scritti c’è spazio anche per Sora. Nella 69esima strofa delle Rime, infatti, Ariosto nomina la città volsca accomunandone la sorte a Benevento. Argomento dei versi, le scorribande straniere nella penisola italica che, lungo molti secoli, straziarono città e villaggi. Quando il poeta reggiano parla delle sanguinose lotte tra Azzo VI d’Este, capo dei Guelfi di Venezia, e Salinguerra Torelli, signore dei Ghibellini di Ferrara (nei primi anni del XIII Secolo) ecco entrare in scena Sora. Fu Azzo d’Este, ricevuto il benestare di Ezzelino da Romano detto Ezzelino il Tiranno, a mettere a ferro e fuoco la città e a saccheggiare chiese e sacrestie. Qui di seguito vi proponiamo i versi del grande poeta, che ricordano quei sanguinosi eventi. Anche Ludovico Ariosto, dunque, offre la conferma che Sora ed il suo territorio hanno sempre rappresentato, nel travagliato incedere della storia italiana, un elemento di notevole valore strategico.

Con Benevento, v’è Sora distrutta;
Le sacristie e le chiese a sacco vanno;
Par col favor di lui che presa tutta
La Traspadana abbia Ezzelin Tiranno,
Che fa di sangue uman la Terra brutta
Dovunque passa, e quei di Padoa il sanno.

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