IL CAMEO, ARTE E TRADIZIONE

SORA – IL BORGO DI SAN ROCCO IERI E OGGI

di Stefano Di Palma

Come ci documentano diverse Piante dei secoli XVII-XVIII raffiguranti La città di Sora un tempo, a partire dall’area oggi occupata dal Borgo di San Rocco, si apriva la campagna locale che si congiungeva, ad un certo punto, con la Via Romana Selva. Alcuni punti della zona sono segnati da edifici di culto di cui si citano la chiesa di San Rocco – da cui trae origine il toponimo del segmento costituito dal borgo – la cappella della Madonna della Neve e la chiesa di Santa Maria degli Angeli (nota come dei Passionisti).

Diverse testimonianze e le indagini di D. Antonelli ci attestano che, un tempo, presso l’area oggi occupata da una porzione dal Borgo di San Rocco, sorgeva una chiesa ed un ospedale dedicati all’apostolo Giacomo.

La prima menzione dell’edificio sacro risale al 1206 poiché citata, assieme ad altre chiese, in un privilegio di papa Innocenzo III datato al 28 giugno e diretto all’abate Nicola del monastero delle Forme. All’inizio del secolo XIV, la chiesa appare come dipendenza giovannita con annesso ospedale, sorto per accogliere poveri e pellegrini di passaggio a Sora. La pia opera faceva capo all’ospedale di San Giovanni Battista di Gerusalemme di Capua (e dunque è poi aggregata all’Ordine di Malta) ed il suo primo precettore storico fu, nel 1304, un certo fra Simone. Il secondo responsabile accertato nel 1378 fu un sorano: fra Nicola Barone.

Nei primi decenni del Seicento, l’ospedale non esisteva più e la chiesa risulta denominata come di “Santo Giacomo di Cancello”, probabilmente a causa della sua ubicazione  poco fuori dell’omonima Porta Cancello della città. A partire dal 1656 si hanno alcune brevi descrizioni del sacro vano. Sostanzialmente si trattava di una chiesa a navata unica, servita da due porte d’ingresso: una era posta a settentrione con due finestre basse ai lati munite d’inferriata per consentire al passante di dare uno sguardo all’interno e pregare anche quando era chiusa (espediente poi trasmesso nell’odierna chiesa di San Rocco), l’altra porta, collocata a occidente, veniva aperta invece solo in occasione della festa di San Giacomo. L’impianto era lungo 32 palmi e largo 34 e sul muro di fondo, in corrispondenza dell’altare maggiore, presentava delle pitture: in quella centrale, era raffigurato il Crocifisso mentre ai lati vi erano San Giacomo e Santa Lucia.

Nel 1744, un esercito spagnolo comandato dallo stesso re Carlo III sostò per alcuni giorni a Sora, occupando con la sua cavalleria l’antico edificio. Inizia così il declino della struttura che era stata deturpata, poiché ridotta come stalla dai soldati. Nel 1785, si verificò la totale chiusura della chiesa e nel secolo XIX nel sito erano ormai presenti solo pochi ruderi (D. ANTONELLI, 2009). In occasione  della festa di San Rocco del 1885, la chiesa di San Giacomo fu demolita del tutto. Quando nel 1892 si stava scavando nel sito, per portare l’acqua alla fontana pubblica che ancora oggi si trova all’imbocco di Via Spinelle, fu rinvenuta una lastra dell’antica fondazione che si trova, ancora oggi, incassata nel muro che collega la sacrestia alla chiesa di San Silvestro Papa (G. SQUILLA, 1981).

L’attuale assetto del Borgo di San Rocco risale dunque all’Ottocento. La zona è connotata dalla cosiddetta Porta San Rocco, conosciuta come l’Arco di San Rocco che, a partire dalla metà del secolo XIX, oltre a ridefinire i confini della città costituisce essenzialmente il collegamento tra le due proprietà di casa Marsella. Con il passare del tempo la presenza di questo elemento ha assunto un carattere distintivo per l’intera area visto che, oltre di esso, si apre la stretta strada che conduce alla chiesa di San Rocco. La via è fiancheggiata da densi nuclei abitativi che si sviluppano in altezza e distribuiti su più livelli.

Nel corso del tempo, il Borgo di San Rocco è stato oggetto di diversi restauri, non sempre felici, che ci hanno trasmesso l’impronta lasciata dagli ideatori della fase Ottocentesca. E’ dato sicuro e ancora visibile che all’epoca si è cercato di enfatizzare il costruito anche grazie alla messa in opera di un discreto apparato decorativo che trovava riscontro nell’esibizione su alcune case di edicole religiose (delle quali rimangono solo cornici) e nel particolare trattamento di alcune chiavi di volta che connotano gli usci di alcune abitazioni.

A tal riguardo, si menzionano alcuni esemplari. Il primo non datato, ma sicuramente tra i più antichi, sovrasta una porta di proprietà dei Marsella e reca incisa una stella disegnata forse successivamente; vi compare infatti una certa discrepanza fra proporzione del concio e centratura della decorazione in asse con la chiusura delle due ante sottostanti.

Esiste poi una chiave datata al 1887 che reca, su una superficie inquadrata e lavorata a bocciarda, la figurazione di un fascio di legna con l’ascia simbolo legato al lavoro agricolo e alle corporazioni ad esso relative. Per conferire una sorta di dignità a questa immagine essa è sormontata a modo di emblema da una conchiglia, ovvero un elemento puramente decorativo e in questo caso fuori contesto poiché presente in emblemi appartenenti a fasce sociali più elevate. Esiste anche un esemplare datato al 1833, modellato in pietra calcarea molto porosa, di forma trapezoidale, con ampie modanature che inquadrano un sole radiante con tratti fisionomici umani e dunque antropomorfo. Lo sguardo è particolarmente curioso e forse ha significato di buon auspicio (F. SIGISMONDI, 1990).

Infine si ricorda la presenza dei mascheroni, tentativo decorativo che sfocia nell’architettura fantastica, che si scorgono sul prospetto dell’edificio che precede la chiesa di San Rocco (cfr. S. DI PALMA, articolo pubblicato su questa rubrica il 26/10/2016).

 

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