IL CAMEO, ARTE E TRADIZIONE

SORA – IL FALO’ DI SAN GIOVANNI BATTISTA, ORIGINI E SIGNIFICATO

Foto di Martina Di Ruscio

di Stefano Di Palma

Nel cuore della città, l’antico centro storico denominato “Cancello” e conosciuto localmente come “Cancéglie”, sorge la chiesa intitolata a San Giovanni Battista. L’edificio sacro è stato fondato dai monaci cistercensi nel secolo XII e chiamato nel secolo XIV chiesa di San Giovanni de Cancellis, in significativo collegamento al quartiere in cui si trova. Si ricorda a tal proposito che dopo il secolo XVI, alla zona fu data l’attuale denominazione “Cancello”, poiché prima che il borgo si allargasse intorno al fulcro del sito – ovvero il monastero oggi ridotto alla sola esistenza della chiesa di San Silvestro Papa – con le sue case addossate le une alle altre, il terreno circostante era diviso in tanti piccoli orti, chiusi appunto da cancelli (cfr. L. Loffredo, Sora, 1985).

Il 24 giugno ricade la festa del Santo e la principale attrattiva di questo evento è segnata dall’accensione di un falò che avviene la sera del 23 giugno. Il rogo è possibile grazie alla accurata preparazione del materiale da bruciare che viene impilato nei giorni precedenti in un crescendo di altezza e larghezza che troverà potente espressione nel momento in cui le fiamme saranno protagoniste.

Per comprendere appieno il fenomeno, considerato dai cittadini come il primo appuntamento festivo dell’estate sorana, occorre fare alcune importanti considerazioni.

San Giovanni nasce poco prima del Messia ed è considerato nel Vangelo come suo precursore, ultimo profeta che annuncia il tempo della Redenzione che esorta le genti alla conversione battezzandole. Per tale ragione si giustifica il fatto che sia l’unico santo che viene commemorato nel giorno della sua nascita (24 giugno) e non in quello della sua morte, come accade a tutti gli altri perché il vero dies natalis deve essere solo quello della nascita in cielo, che nel caso del Battista ricade il 29 di agosto.

Si ricorda a tal proposito che la data simbolica del 24 giugno si collega a quella altrettanto simbolica che ricade sei mesi dopo, ovvero 24 dicembre (nascita di Cristo). Al Santo spetta dunque il medesimo onore riservato a Gesù Cristo e queste date si collegano, si badi bene non a caso, ai giorni del solstizio di estate e di inverno.

Colui che avrebbe portato la luce nelle tenebre del paganesimo (Cristo) e colui che ne preparò la venuta (san Giovanni), sono ricordati proprio in coincidenza con due eventi significativi per il ciclo del sole e della natura. Non stupisce dunque che la notte del 24 giugno sia ricca di riti antichissimi che prendono le mosse da tradizioni precristiane.

Attributo immancabile del Santo che battezzava è l’acqua: un’antica tradizione vorrebbe che proprio nella sua notte l’acqua si sposerebbe con il fuoco (e in tal senso non si può dimenticare il significativo collegamento del falò sorano che viene acceso sul fiume Liri) ed il Sole con la Luna. In molte nazioni e regioni d’Italia era ed è usanza presso i contadini, durante questa notte ritenuta magica, di accendere grandi falò per propiziarsi la benevolenza della grande Stella che è nei suoi giorni di maggiore potenza. Intorno alle fiamme si cantava per allontanare le forze maligne, i demoni, le streghe e tutti coloro che potevano creare danno agli uomini e, soprattutto, al raccolto.

In questa stessa notte non mancano riti legati alla natura dal medesimo sapore apotropaico e curativo dove si usavano vari elementi come l’acqua, le erbe e la rugiada raccolta il mattino del 24.

Alle innumerevoli tradizioni legate a questa festività speciale menzione va dedicata ad un altro procedimento di carattere privato che un tempo si eseguiva anche a Sora la sera del 23 giugno. Si tratta della divinazione sul futuro attraverso la lettura dell’albume dell’uovo. Come è noto l’uovo è simbolo di occultamento, contenitore che nasconde al suo interno qualcosa che non si vede ma che esiste e che diverrà palese ai nostri occhi quando il guscio protettivo verrà aperto e che dunque riconduce alla vita.

L’antico procedimento prevedeva la preparazione di un recipiente di vetro privo di etichette, iscrizioni ecc.. (una bottiglia, una brocca, un bicchiere) che veniva riempito d’acqua a poco più della metà della sua capacità contenitiva. La sera della vigilia della festa del Santo si rompeva un uovo fresco e si faceva scivolare esclusivamente l’albume nel recipiente già contenente l’acqua. Se del guscio e del tuorlo ci si liberava il giorno seguente, il composto preparato veniva esposto alla luce della luna per tutta la notte, previo attento trasporto su un balcone o su una finestra di casa. Il mattino seguente si osservavano le forme che l’uovo aveva generato traendone, visto che si tratta di forme semplici, le proprie interpretazioni e dunque predizioni. La forma che il bianco dell’uovo aveva assunto nel recipiente conosceva vita breve visto che già nel primo pomeriggio si scioglieva portando via con sé il messaggio divinatorio.

La Chiesa cattolica ha sempre ostacolato tali pratiche cristianizzando simili feste. Evidentemente la loro sussistenza per secoli (che affianca le liturgie) trovavano consenso nella mentalità comune sulla base della soddisfazione di bisogni protettivi; questi ultimi in un consolidato retaggio scavalcano così i limiti imposti dalla norma ecclesiastica collocandosi in una sfera sovrumana carica di valenze ancestrali.

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