Degenerazioni - Memorie di un assassino

DEGENERAZIONE – MEMORIE DI UN ASSASSINO. XIX – CAPITOLO – ‘IL TRENO DI MEZZANOTTE’

CAP XIX

IL TRENO DI MEZZANOTTE

Scese la sera ed io ero pronto. Mi sentivo in uno stato di ansia attanagliante. Non volevo fallire. Al giro di controllo delle otto mi feci trovare già in branda con le luci spente. Scesi dal letto e guardai attraverso le sbarre con l’aiuto di un pezzo di specchio l’appuntato che apriva la valigetta porta pranzo e distribuiva gli alimenti sul tavolinetto. Volai dall’altra parte della cella e tirai fuori da sotto il letto una specie di sacco con il necessario alle fasi dell’evasione. Afferrai il preparato mortale chiuso in un foglietto di carta ripiegato e la chiave clonata della mia cella per poi tornare velocemente a controllare le mosse dell’aguzzino. Appena lo vidi muoversi soddisfatto verso il bagno di servizio adiacente al gabbiotto di controllo aprii la porta della cella e mi diressi all’estremità del cancello principale della sezione, dove a portata di mano c’era il cibo in questione. Allungai le braccia tra le sbarre gelide, aprii il panino e versai la polvere sotto un pomodoro. Richiusi e tornai in cella riposizionandomi nello stato di vigilanza. Non passò molto che dall’uscio del bagno comparve la mia vittima che con fare rozzo e precipitoso consumò tutto. Con quella voracità non avrebbe mai sentito il sapore del veleno ignaro che sarebbe stato il suo ultimo pasto. Credo non avesse nemmeno masticato più di tanto. Ingurgitò la sua birra e si mise comodo difronte lo schermo. Ora dovevo solo attendere. Mi rimisi a letto. Il tempo non passava mai… i secondi diventavano minuti e i minuti si mutavano in ore. Il mio sguardo era fisso sull’orologio da tasca che Gary aveva provveduto a regalarmi. Le lancette dei secondi sembravano muoversi al contrario tanta era l’eccitazione. Per un istante mi sembrò di essermi assopito, ma quando controllai l’orario erano passate molte ore… avevo dormito… mi ripresi rapidamente e notai che mi sentivo molto più rilassato, avevo però rischiato di mancare l’appuntamento oltre le mura. Ore due e venti, dormivano tutti. Scesi dal letto per sondare con il mio pezzo di specchio la situazione. Il carceriere dormiva appollaiato sulla sedia nel gabbiotto, e probabilmente era già morto. Presi la sacca da sotto il letto che imbottii con due cuscini per creare l’illusione che il letto era occupato. Sfilai le chiavi contraffatte ed un coltellino che misi in tasca. Indisturbato, ma con cautela uscii dalla cella che richiusi a doppia mandata. Mi diressi velocemente verso la 313 ma curandomi di non far rumore, credo che nessun detenuto si accorse del movimento dato l’orario… sbirciai nel gabbiotto e notai che il petto del secondino non si muoveva come avrebbe dovuto… il veleno aveva compiuto il suo corso! Con la seconda chiave mi inoltrai all’interno della cella ormai divenuta un ripostiglio, e mi ci chiusi dentro. Mi mossi verso le brande trasformate in mensole per gli scatoloni pieni di prodotti e stracci nuovi… spostai la struttura in ferro che era già stata accuratamente dissaldata e legai un cordino all’estremità della gamba del letto, tirai fuori il coltellino, nel frattempo misi alcune gomme da masticare in bocca. Lavorai pazientemente nello staccare il pannello all’imbocco del tunnel che si era indurito molto nel decorso del tempo… mi sentivo il cuore in gola… se qualcuno mi avesse visto… addio… mi tamponai la fronte ed entrai nel varco. Tirando l’estremità del cordino che avevo legato al letto, lo risistemai in posizione naturale, poi tirando un altro capo di spago collegato al nodo della gamba alla struttura lo sciolsi trascinandomi dietro i due fili senza lasciare tracce in giro. Fissai il muro di cartapesta dall’interno con pezzi di gomma e poi sigillai il tutto con della colla acquistata sempre di contrabbando da un tizio che lavorava in officina. Non appena conquistai i primi cinque metri mi trovai di fianco l’imbocco al sistema di ventilazione. Tre meno venti. Era tardi. Lasciai il sacco nel tunnel e mi infilai nel condotto svitando la grata con il coltellino. Fortunatamente l’ufficio del comandante era vicino. Strisciai all’interno del condotto facendo bene a mente la ricostruzione del reticolato che avevo studiato. Ecco che finalmente arrivai allo sbocco che sbucava proprio dietro la scrivania dell’ufficio. Uscii stando acquattato e basso, mi guardai intorno. Via libera… controllai i cassetti di schedario e scrivania ma mi accorsi che ce n’era uno solo che mi interessava, con una solida serratura. Presi  la chiave dello schedario alle mie spalle inserita in un cassetto e mi accinsi ad aprirla con l’ausilio delle istruzioni del mio mentore il ladro gentiluomo. Ripulii velocemente il cassetto e feci dietro front… mi venne in mente però la presunzione del comandante e così decisi di punirlo direttamente, semplicemente però volli colpirlo nell’orgoglio. Mi voltai e vidi l’armadietto che avevo puntato alla mia visita per la richiesta di impiego, aprii lo sportello e trafugai la prestigiosa bottiglia di Whisky Bowmore. Tornai al punto di partenza dove avevo lasciato la mia sacca che riempii con il bottino. Otto minuti alle tre! Non avevo tempo! Percorsi il tunnel al buio più completo cercando di muovermi più rapidamente possibile finche ne arrivai al temine. Mi infilai nel varco del tubo fognario e lo percorsi cercando di tenere all’asciutto il prezioso sacco. La puzza era nauseante ed a tratti ho dovuto immergere anche parte del viso tra piscio e merda, ma non mi importava, a breve sarebbe tutto finito! Mentre arrancavo nel liquame mi sentivo mancare, le gambe e la puzza mi facevano venire stimoli di vomito nonché giramenti di testa… era faticoso muoversi così velocemente lì… quando cominciai a pensare che sarei svenuto o che avrei mancato l’incontro ecco apparire uno spiraglio… riacquistai tutta l’energia in un attimo se non più, cominciai a guadare lo scarico veloce come un topo di fogna! Nell’ultimo metro scivolai e caddi all’esterno del tubo immergendomi completamente in quella schifezza nauseabonda tenendo sempre però le braccia tese fuori per salvare i documenti nella sacca. Quando mi trascinai fuori dallo scolo tirai fuori la bottiglia dell’ottimo whisky e ne presi una gran sorsata per scoppiare poi in una risata trionfale. Finalmente ero libero! Libero! Due fari. Una macchina si avvicinava a gran velocità facendo segno con gli abbaglianti. Scesero quattro uomini che con una rapidità e l’organizzazione di un team da formula uno mi spogliarono, mi sciacquarono con una pompa meccanica portatile e mi diedero un asciugata grossolana, poi tutti in macchina e via veloci come il vento, li mi diedero dei vestiti puliti. Gli stracci sporchi furono messi in una busta e gettati più in là in un bidone dell’immondizia, che di lì a poco sarebbe stato svuotato dai netturbini eliminando l’ultima traccia di me. Attraversammo il confine italiano passando per la Liguria fino ad arrivare a Menton. Venni subito istruito. Menton è un comune francese di ventimila abitanti circa che si affaccia sul mare, situato nel dipartimento delle Alpi Marittime, regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra, alla frontiera con l’Italia. Nel 1848 con la vicina Roccabruna proclamarono la loro indipendenza come città libere. Successivamente le due “Città Libere” chiesero l’annessione al Regno di Sardegna, ma incontrarono delle difficoltà all’approvazione da parte del Parlamento sardo, in particolare del Senato che rinviò nel tempo la sua decisione. Nel 1859 si tenne un plebiscito (pilotato dai franco-piemontesi) che segnò la cessione delle due città alla Francia. Durante la Seconda guerra mondiale venne occupata militarmente dall’Italia dal 1940 al 1943, anni in cui ebbe luogo un tentativo di riitalianizzazione (toponomastica italiana, lezioni in italiano, ecc…), alla quale parte dei mentonesi oppose resistenza. Rimase in seguito geograficamente Francese. La particolarità di quel posto era la grande festa del limone… è uno spettacolo eccezionale che lascia la parte più bella ai carri fatti di interamente di agrumi in un ambiente surriscaldato, di musiche e di ritmi indimenticabili, un evento unico al mondo… La domenica mattina, la città si agita… Balletti di pullman e di automobili… Come in una farandola senza fine, la folla si accalca e si distende nelle viuzze prima di radunarsi lungo la riva del mare. I coriandoli tappezzano il cielo azzurro. Creatori d’ambiente, fanfare e gruppi folcloristici si danno alle giravolte, ai zig-zag e alle danze tra i magnifici carri di agrumi… Durante la festa, i Giardini Biovès si abbigliano del color del sole, in sfolgoranti tonalità gialle e arancioni. Per alcune di questa incredibili decorazioni occorrono fino a 15 tonnellate di agrumi… Ogni anno, sono necessarie migliaia di ore di lavoro per realizzare queste sculture effimere in cui i frutti vengono disposti uno per uno da una tradizione che viene sapientemente conservata fin dall’inizio del secolo scorso… la festa poi si prolunga alla sera. I frutti del sole hanno appuntamento con la luna… La consapevolezza di condividere momenti rari si mescola a questa frenesia collettiva e a questa gioia comunicativa che si legge sui volti… sono tutti felici di essere lì, all’aria aperta, in pieno inverno, al chiaro di luna, e fino al crepuscolo, la città pare trattenere il respiro… Tutto è tranquillo, troppo tranquillo… In lontananza , si sentono tamburi che manifestano la loro impazienza, e una tromba risponde… Un carro di arance e di limoni si materializza dal nulla, poi due… Largo alla festa ! Fanfare, orchestre, gruppi folcloristici, danzatrici, creatori di ambiente danno a questa sfilata un fasto incandescente degno dei più grandi spettacoli di strada ! Improvvisamente, le prime esplosioni risuonano nell’aria e rischiarano la notte mentonese. Il crepitio delle ultime faville che ricadono in mare segna la fine di questo momento di follia. Una città perfetta per nascondermi… strategicamente scelta vicina al confine italiano dalla terra e dal mare, la cui popolazione è abituata da sempre agli italiani e la loro lingua, ma soprattutto nel pieno di una grande festa che mi avrebbe mimetizzato completamente in tutte le fasi. Era perfetto. Spremute le mie ultime energie per seguire la fase di aggiornamento piombai in un sonno profondo che non gustavo da anni…


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