IL RACCONTO DELLA DOMENICA

CI SONO GIORNI NATI PER CAMBIARE LE CARTE IN TAVOLA

di Anna Maria Scampone

Ci sono giorni nati per cambiare le carte in tavola. Il giorno in cui Alice lesse l’annuncio nella vetrina dell’immobiliare fu uno di quelli. In realtà, non era nei suoi piani acquistare una casa, ma le piaceva soffermarsi davanti alla bacheca, leggerne gli annunci e fantasticare. Un giorno, forse, un giorno…

Non sapeva che il destino aveva lanciato i suoi dadi proprio in quell’istante.

Come d’abitudine, fece scorrere lo sguardo sui manifestini che traboccavano dalla teca.

C’erano dei prezzi allettanti. Ne fu piacevolmente sorpresa.

Fino a qualche mese fa, i costi erano insostenibili, pensò. Sta storia della bolla immobiliare deve essersi risolta. Forse è arrivato il momento di comprare.

Tornò a casa con quel progetto che le frullava nella testa. Sorrise, pensando a come avrebbe voluto che fosse la nuova abitazione. Aveva già un’idea, una sorta di desiderata che si arricchì di particolari, man mano che procedeva verso l’appartamento dove viveva in affitto. Odiava quel luogo e, suo malgrado, aveva dovuto viverci per diciotto anni. Aveva sopportato le vicine invadenti e pettegole e la vecchia signora velenosa con cui aveva litigato centinaia di volte.

Oddio che bello, se potessi andarmene da questo inferno, aveva pensato tante volte. E ora il desiderio si sarebbe trasformato in realtà.

 

L’abitazione era proprio come Alice aveva sempre desiderato. Grande, spaziosa, su due piani e con una bella terrazza. Il valore aggiunto? Era collocata in uno dei più bei vicoli del paese. La voleva, a qualsiasi prezzo. Ma non lo disse all’immobiliarista. La regola numero uno quando fai un acquisto a cui tieni, è quello di non farti vedere troppo interessata. Così lo salutò con la promessa che ci avrebbe pensato su, ma all’uomo non sfuggì lo sguardo eccitato di Alice, né il suo indugiare sulle grandi finestre e sugli abbaini.

 

C’erano voluti mesi per togliere l’aria anonima alla casa e restituirle la personalità che si meritava. Così, nell’ordine, apparvero una parete rossa, delle pareti color oro… e gli azzurri, il nero, il giallo ocra.

Giorno dopo giorno, quello che Alice aveva desiderato si era materializzato perché è così che succede con i sogni. Prima li concepisci, dopo li insegui e fai sì che diventino realtà.

La casa sembrò ricambiare, con gratitudine, le attenzioni di Alice. Si fece trovare illuminata, ogni giorno, dalla luce del sole, calda e accogliente. L’avvolse come un bozzolo setoso, la fece sentire a suo agio, protetta e coccolata. Procurò alla ragazza una sensazione di benessere tale da metterle fretta nelle gambe quando era ora di tornare e riempirla di malinconia quando era lontana.

Un pomeriggio, Alice si raggomitolò sul divano, con la sua tisana preferita tra le mani. Nulla e nessuno avrebbe potuto smuoverla da lì, nel nido che si era costruita con tanto amore. Mentre ammirava, per l’ennesima volta, la sua bella parete rossa, le parve di sentire delle vibrazioni, un suono a metà tra il ronzio laborioso di uno sciame di api e le fusa ruffiane di un gatto. Si mise in ascolto, l’orecchio teso a captarne la provenienza.

«Possibile che…»

La frase le morì tra le labbra. Il suono arrivava, dritto dritto, dalla parete. Si alzò con lentezza, si avvicinò e poggiò le mani sul muro. Incredibile, era caldo e vibrava. Scioccata dalla scoperta, si allontanò bruscamente. Un brontolio deluso accompagnò il suo gesto. Confusa, tornò a sedere sul divano, gli occhi sbarrati.

«Ho immaginato tutto» disse «Sì, ho proprio immaginato tutto!»

Rise, ma le uscì un suono nervoso, come una sorta di singhiozzo. Si fece coraggio e tornò a toccare il muro. Era freddo e umido.

«Che sciocca sono stata… come se un muro potesse provare sentimenti. Una parete è una parete».

Rasserenata, tornò alla vita di tutti i giorni. Restava ancora volentieri in casa, ma ogni tanto le capitava di sentirsi osservata. Questo le procurava un forte disagio, una specie di tremore interno, che le faceva accelerare i battiti del cuore.

Una sera tornò a sentire il ronzio. Si irrigidì, in attesa, poi si avvicinò al tramezzo. Come la volta precedente, avvertì un calore intenso e un brulicare frenetico. Non c’erano più dubbi. La parete era viva e la riempiva, a modo suo, di affetto. Questa volta non fuggì, ma restò lì a farsi amare, la guancia incollata alla sua casa.

L’episodio si ripeté più e più volte. Il ronzio diventò sempre più seducente. Alice non sapeva resistere al suo richiamo e passava le ore ad ascoltarlo. All’inizio non se ne rese conto, ma con il tempo cominciò a distinguere in quel brusio, le voci dei tanti proprietari che avevano abitato lì. Erano sussurri indistinti, bisbigli, soffi, risatine squillanti e leggere.

Un giorno, mentre era in ascolto, si sentì toccare una spalla.

«Oddio, cosa è stato?» gridò scioccata.

Con un balzo si staccò dalla parete, tenendosi a distanza di sicurezza. Si sentì sciocca, ma le parve di vedere la vernice rossa, gonfiarsi e sussultare, risentita.

«Non è possibile, non sta accadendo» gridò. «Non sta accadendo nulla.»

Afferrò il cappotto, la borsa e il cappello e scappò via, in cerca di un po’ di normalità.

Tutto questo va oltre la mia comprensione, pensò. Non posso andare avanti così. Mi pare di impazzire.

Ma anche questa volta tornò a casa. Cercò di ignorare la parete, ma lo sguardo inquieto di Alice si posava in continuazione sulla sua superficie rossa. Per quella sera e per tanti altri giorni ancora, non successe più nulla, poi…

 

Quel giorno nacque come un giorno qualsiasi. Alice si alzò presto e fece colazione nella sua bella cucina piena di sole. Non dovendo uscire, si concesse quella lentezza che, in altri giorni, non poteva permettersi. Indugiò, quindi, leggendo le news e la posta sul cellulare, si servì dell’altro caffè e imburrò generosamente una fetta di pane tostato. Mentre era intenta a spalmare la marmellata di agrumi sul burro, avvertì una sensazione strana. Si girò verso la parete che era alle sue spalle. Restò a fissarla. Qualcosa, nel suo aspetto, era cambiato, ma non sapeva individuare cosa. Scrollò le spalle.

Sgranocchiò di malavoglia la sua fetta di pane. All’improvviso, non aveva più fame. La colse un’inquietudine strana, come di tragedia annunciata. Fissò lo sguardo sul caffè che si raffreddava, poi sul vaso di basilico posto sul davanzale e sulle tendine di pizzo che incorniciavano il finestrone. Cercò di ignorare il vocio che si faceva sempre più distinto.

Quando si decise a guardare dietro di sé, fu troppo tardi. La parete era avanzata fino alle sue spalle e la sovrastava in maniera sinistra. Inorridita, Alice tentò di sfuggire alla minaccia, ma era incastrata tra il muro e il tavolo. Abbozzò invano una difesa, ma fu una lotta impari che la vide soccombere. Fu ghermita da mani invisibili che la trascinarono dentro la parete che tanto aveva amato e di lei non si seppe più nulla.

 

«Sì, la casa ha qualche potenzialità. Certo, questo colore rosso lo dobbiamo togliere, ma potrebbe piacermi abitare qui».

La ragazza, dai lunghi capelli corvini, cercò di non far trapelare l’entusiasmo per l’abitazione che stava visitando. In cuor suo, l’aveva già scelta, ma voleva trattare il prezzo.

L’immobiliarista appoggiò la mano sulla parete rossa e la sentì vibrare.

«Non siate impazienti» disse.

Sorrise, sornione, alla ragazza.

«Certamente, il prezzo è trattabile».

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