POLITICA

La prova dei fatti

di Giuseppe Filippi

Il tema della classe dirigente del nostro paese negli ultimi anni sembrava passato in secondo piano essendo venuti alla ribalta prevalentemente desideri di cambiamento della classe politica.

Il cambiamento, come si sa, è partito molto tempo fa e diciamo pure che idealmente potremmo collocarlo, per chi ne volesse dare una lettura da sinistra, nell’anno 1986 con la pubblicazione del saggio di Lucio Colletti intitolato “Il tramonto delle ideologie”, edito da Laterza.

Del resto, in quegli stessi anni, per chi guardava alla società con un approccio più moderato, montava il cosiddetto “riflusso nel privato”, una sorta di abbandono dell’impegno nella società per orientarsi sostanzialmente alla cura dei propri interessi, trascurando totalmente l’impegno politico.

Come si può vedere, dunque, la fase di fuga dall’impegno politico nel nostro paese parte da molto lontano, diciamo così che non è una virus iniettato nelle coscienza solamente dagli ultimi cantori del “via il vecchio”, è un male antico sul quale gli ultimi “rottamatori” e “accerchiatori” si sono dedicati con assoluta caparbietà.  

Lungo tutto questo arco temporale, circa un trentennio, il paese ha via via perso pezzi importanti del proprio patrimonio economico e sociale. Grandi trasformazioni, come l’irrompere dell’immigrazione irregolare, hanno profondamente cambiato il comune sentire dei cittadini, così da far ritenere che i nemici principali da combattere fossero esclusivamente gli immigrati, la globalizzazione, l’euro e l’Europa, e non la chiara mancanza di una classe dirigente di cui questo paese aveva bisogno; una classe dirigente da formare e far crescere all’interno di un contesto democratico, istituzionale ed ordinato, senza pericolose fughe in avanti verso strade buie.

In questo lungo lasso di tempo, chi di noi non ha sentito, almeno una volta, affermazioni del tipo: “le vecchie ideologie sono finite”, “i partiti di stampo novecentesco sono morti”, “la democrazia rappresentativa di impronta liberaldemocratica é morta e sepolta”, “oggi la democrazia è diretta, si fa on-line, attraverso internet”, ecc, ecc.  In qualche modo chi faceva queste affermazioni aveva ragione, bisogna dire che aveva visto giusto. Da dopo la seconda guerra mondiale, abbiamo assistito a diversi modi di selezione della classe dirigente: con la liberazione dal fascismo, la classe dirigente del paese si era forgiata ed è emersa con le battaglie, sia politiche che civili, impegnandosi in prima persona, mettendo in gioco anche la propria vita. Con l’affermazione del modello democratico e l’adozione della vigente Costituzione, la partecipazione politica, la militanza nei partiti politici e l’impegno nelle battaglie civili e democratiche, non solo in quelle promosse dai propri partiti, erano stati gli strumenti attraverso i quali veniva selezionata la classe dirigente. Essa non veniva fuori dal nulla, ma da un duro lavoro, dallo studio appassionato, dalla ricerca continua e dal confronto, rispettando sempre il metodo democratico. Con la fine della cosiddetta “Prima Repubblica”, la classe dirigente è stata, per così dire, “selezionata” dalla Magistratura: bastava un avviso di garanzia ad un manager o ad un politico per considerarli colpevoli a priori e marchiarli con il timbro infamante del corrotto.  Le trasmissioni televisive dell’epoca su “Tangentopoli” divennero la saga  più seguita dagli italiani, guidati in ciò da quei giornalisti, senza scrupoli e incapaci, o disinteressati, a leggere correttamente quello che stava accadendo al paese. Avevano capito che dare in pasto al popolo arrabbiato le riprese delle aule di tribunale, dove venivano interrogati i politici, era il massimo della pubblicità che potevano fare a se stessi e a i loro programmi. Chi non ricorda gli inviati speciali delle televisioni, con postazione fissa sullo spartitraffico di fronte al tribunale di Milano, dove l’allora Pubblico Ministero Antonio Di Pietro spopolava? Chi non ricorda i talk show televisivi dove si facevano i processi in diretta TV, con tanto di riprese sotto casa degli arresti di indagati, tradotti in Procura con la catena al collo? Neanche fossero bestie!  La classe dirigente politica che è seguita a quella cancellata da tangentopoli, credo che non sia stata rimpianta da nessuno, nonostante si fosse auto proclamata fondatrice di una “Seconda Repubblica”,  in realtà mai nata. 

Invece, nell’ultima  fase che sta vivendo il paese, ma anche il resto del mondo, assistiamo a qualcosa di nuovo. Il livello della qualità dei gruppi dirigenti e dei politici in generale, si è clamorosamente abbassato, anzi diciamo pure che è paurosamente crollato. Il discorso vale per le formazioni di destra, di centro, di sinistra, per i populisti come per i sovranisti. 

Chiamati a governare il paese, nessuno degli schieramenti in campo, è riuscito a dare soluzioni concrete e ritenute soddisfacenti dagli elettori.  Messi alla prova dei fatti, i leaders politici, hanno fallito drammaticamente gli obiettivi che si erano dati e per i quali si erano fatti eleggere. Quasi tutti i partiti nati dopo tangentopoli, hanno subito delle drastiche battute d’arresto, addirittura alcuni di essi sono stati cancellati, vedasi il partito di Antonio Di Pietro, oppure Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini. Altri partiti sono caduti in una catalessi profonda come il PD di Matteo Renzi e Forza Italia di Silvio Berlusconi. Unica eccezione è la Lega di Matteo Salvini, che da Lega Nord si è trasformata, aprendosi a tutto il paese, avviando rapporti stretti con il mondo sociale ed economico che conta nel sud dell’Italia. Basti pensare all’elezione di Salvini in Calabria.

Un discorso a parte va fatto per il movimento 5 Stelle, fondato da Beppe Grillo e Casaleggio Senior. Se vogliamo, 5 Stelle rappresenta plasticamente l’atto finale dell’evaporazione della politica e della classe dirigente che un paese deve avere. I 5 Stelle sono la materializzazione dell’improvvisazione al potere, sono il portato di lunghi anni di antipolitica, di denigrazione delle istituzioni (basti ricordare l’ultimo assalto di Di Maio al Presidente Mattarella, con la paventata richiesta di messa in stato di accusa del capo dello Stato). Uno dei partiti più votati dagli italiani e di questo bisogna avere rispetto e considerazione, soprattutto per capire cosa è avvenuto al nostro paese, per capire sin dove è arrivata la rabbia degli italiani.

Ora, senza addentrami in giudizi sui partiti e sui loro leaders, l’unico aspetto che vorrei rimarcare è la  prova di inadeguatezza che hanno dato nell’esercitare il ruolo che hanno rivestito o che rivestono. Voglio sottolineare come: a) l’antipolitica, iniziata con Berlusconi e dai suoi alleati originari; b) la critica aprioristica alle Istituzioni, senza fornire delle valide alternative; c) l’aver voluto cancellare in maniera violenta l’impalcatura di un paese per sostituirla con la democrazia del Web de i 5 Stelle o d) la nascita di un partito avvenuta a seguito della rottamazione di Renzi, non hanno portato il paese da nessuna parte, semmai hanno evidenziato che queste non sono le soluzioni per gestire e superare la crisi del sistema paese. Basta analizzare come si sono comportati i gruppi dirigenti di questi partiti appena citati. Forza Italia, Alleanza Nazionale e lo stesso CCD. Con la caduta dei loro leaders, sono letteralmente collassati perdendo identità e consensi elettorali. Il Partito Democratico di Renzi, Sinistra e Libertà di Vendola, la Lista Liberi e Uguali di Grasso, sul versante della sinistra, hanno dimostrato che non appena il capo va in affanno rischiano la disintegrazione. Il caso più emblematico è quello del PD: non riesce ad uscire dal torpore della sconfitta elettorale, non riesce a ridarsi un segretario né un nuovo gruppo dirigente, nonostante la situazione del paese richiederebbe tempestività d’intervento, per ridare impulso ad una forza politica chiamata a svolgere il ruolo di opposizione in maniera attenta al contingente ma anche pronta a guardare verso il futuro.  

Il Movimento 5 Stelle ha conquistato i comuni di Roma e Torino, due simboli rappresentativi della dicotomia italiana: Roma l’Italia degli uffici pubblici e dei Ministeri, Torino, l’Italia delle fabbriche.  Le due sindachesse del Movimento 5 stelle, alla prova dei fatti, non sono riuscite mai a far decollare la loro attività amministrativa, con punte imbarazzanti di immobilismo e incapacità su Roma, basti ricordare i continui cambi di Giunta della Raggi, per finire con l’imbarazzante vicenda dell’ex presidente di Acea, uomo factotum di Casaleggio. Con la vittoria alle ultime elezioni politiche, 5 Stelle insieme alla Lega, dovranno governare il paese. Il Governo è partito, usando un eufemismo, mettendo alla sua guida un personaggio poco conosciuto, almeno per il ruolo che è stato chiamato a svolgere. Al professor Conte sono stati affiancati Di Maio e Salvini che, contrariamente alla legge che regola l’attività delle Presidenza del Consiglio dei Ministri, danno loro indicazioni al Presidente su cosa fare anziché ricevere da questi indicazioni sulla linea del Governo. Valga per tutte la debordante intromissione di Salvini nelle materie di competenza del Presidente del Consiglio e in quelle di altri Ministri. Ma come se questo non bastasse, la coppia Salvini-Di Maio, dovrebbe anche dare “Indicazioni politiche” (leggasi ordini) ai professori Savona e Tria, ministri rispettivamente per gli Affari Europei e l’Economia. Anche qui, con un po’ di buon senso, non è difficile immaginare che i due Professori non si faranno facilmente portare al guinzaglio dai due giovani leaders. 

Tutti gli esempi sopra citati dimostrano ampiamente una cosa: si è trattato in tutti i casi di leaders e di classi dirigenti nate dal nulla, per volontà di un capo, per effetto di un clic sul blog di Casaleggio e Grillo, oppure per risentimento di qualche vecchio leader che non ci sta a mollare la scena come Massimo D’Alema. E’ evidente che questa non è una democrazia funzionante. E’ chiarissimo che occorre rilanciare da subito una nuova fase per far nascere, coltivare e selezionare una nuova classe dirigente per il futuro del paese, che si deve formare nelle università, nei luoghi di lavoro, nei centri di studio e ricerca, nella vita civile, in campo sociale; che trovi la propria legittimazione nell’agire concreto, a contatto con le persone e con i problemi veri della vita. Serve una nuova classe dirigente, che si sappia assumere le responsabilità che il difficile momento richiede e non scappi via appena il capo cade  in difficoltà, che, in una parola, sappia dare prova sul campo e con i fatti del proprio valore.

In conclusione, per chi volesse approfondire il tema e lo stato dell’arte dei partiti, suggerisco di leggere un agile pamphlet del professor Marco Revelli, intitolato proprio “Finale di partito”, edito da Einaudi. E’ un trattato ricco di spunti che sicuramente sapranno sollecitare la curiosità dei lettori della nostra rivista.